IN UGANDA, PUOI RISCOPRIRE IL SENSO DELLA TUA ESISTENZA

Samuele Cavallone e Carlotta Meisto, sono due giovani laureati in ingegneria che, ancora freschi di matrimonio, hanno deciso di vivere un’esperienza di un anno di impegno con Africa Mission-Cooperazione e Sviluppo, che da oltre quarant’anni opera a servizio della gente del Karamoja, seguendo la realizzazione del progetto: “Miglioramento delle capacità di gestione del rischio causato da disastri naturali e rafforzamento delle capacità delle comunità del Karamoja di far fronte ad essi”.

Ecco la loro significativa testimonianza ed il loro interessante racconto, che sicuramente ha come obiettivo principale quello di smuovere le coscienze delle persone, specie in questo periodo dove il termine “accoglienza”, fa fatica a trovare spazio nelle nostre vite di tutti i giorni.

Incontrò un vasto abitato, in cui le palazzine e le ville costruite di recente si alternavano con agglomerate fangosi di baracche e mucchi di macerie. L’illuminazione era scarsa e le zone di buio coincidevano con i tratti di strada in cui le pozzanghere erano più larghe e profonde. […]. A un lato della strada, di tanto in tanto s’incontravano, accanto a mucchi di breccia, degli spaccapietre, seduti per terra, che battevano con un martelletto sui sassi più grossi. […]; sulle soglie delle case, gruppi di vecchi silenziosi, sciami di bambini seminudi”.
La totale estraneità alle diverse situazioni che gli occhi incontrano ovunque si posino è la principale sensazione di chi, provenendo come me da una città cosiddetta moderna, si trova immerso nella realtà di Moroto, piccolo agglomerato urbano alle pendici del confine che divide l’Uganda dal Kenya. Come orientarsi infatti di fronte alle innumerevoli baracche di legno marcio e lamiera che nulla hanno del senso di sicurezza normalmente associato da noi europei al concetto di casa? Quali punti di riferimento usare quando gruppi di “bimbi sperduti” sciamano vicino a te, vestiti di pezze, già impegnati nel loro ruolo di padri e madri nei confronti dei loro fratelli e sorelle di qualche anno più piccoli? Come definire negozi queste piccole stanze, scrostate e buie, stipate con sacchi di farina, riso, fagioli e cullate dal ronzio del consueto nugolo di mosche, onnipresenti commesse e cameriere di qual si voglia esercizio commerciale?
Se poi si visitano i villaggi, in un paesaggio sicuramente meno triste poiché circondato e addolcito da una straordinaria natura vergine, il disorientamento comunque persiste: come possono queste persone vivere con pochi litri di acqua al giorno, sopportando caldo e fatiche, insetti, fango, polvere? Quanto diverse e più deboli sono le persone nel mondo da cui provengo?
Tutte queste differenze, genetiche ambientali sociali, mi hanno per molti mesi fatto sentire un completo estraneo in Karamoja ed è di sicuro un’impressione che ha un suo fondamento. Ultimamente però ho colto un aspetto che mi era sfuggito: le mie radici affondano in un mondo che non è così estraneo alla Karamoja come lo sono io oggi. L’ho capito, in ritardo ma meglio tardi che mai, leggendo un libro di Ignazio Silone, “Vino e pane”. Le citazioni con cui iniziano queste righe che state leggendo non descrivono Moroto ma sono prese da quest’opera e descrivono non una sperduta cittadina ugandese del 2015 ma la realtà rurale abruzzese degli anni 30’. Allora ho cominciato a pensare: se andiamo indietro ai nostri bisnonni, quanti di loro vivevano della terra che faticosamente lavoravano? Molti, credo.
Le latrine, le strade fangose, il pozzo e la brocca al posto dell’acqua corrente, l’analfabetismo, morire per malattie “banali”, bambini con il bestiame al pascolo invece che a scuola, i buoi che tirano l’aratro, la fame, le mosche, il buio, le stelle, alzarsi e andare a dormire quando lo fa il sole…
Finalmente, dopo tutte queste immagini, sono riuscito a mettere a fuoco un pensiero: il viaggio in Karamoja, più che nello spazio, è un viaggio nel tempo. Sono convinto che, immaginando di poter mostrare il 2015 ai nostri trisavoli e ai loro nonni, si troverebbero molto più a loro agio in Karamoja che non in Italia. Certo, vi sono specifici aspetti propri di un paese africano e dovuti a secolari tradizioni che risulterebbero insoliti agli europei di qualunque periodo storico; non è però lontano il tempo in cui, esattamente come i Karimojong, vivevamo più esposti e indifesi ma anche più in equilibrio e in armonia con le leggi della natura.
Ecco dunque che ho potuto dare un ulteriore scopo alla mia presenza qui: avendo capito che la strada su cui camminano i Karimojong è simile a quella percorsa dai nostri avi, ultimamente mi sono immaginato come una persona che corre all’indietro nel tempo per mettere tutti in guardia e gridare: ”Attenti! Anche a noi dicevano che era in nome del progresso e dello sviluppo, che saremmo stati più felici… Attenti, perché a volte mentono!”.

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