25 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne. “Sei sempre responsabile dello stupro che subisci”.

“A volte le donne si illudono che l’uomo violento possa cambiare. E allora perdonano, sopportano. Il mio appello è rivolto a queste donne: l’unica cosa che va fatta è denunciare e scappare, perché lui non cambierà”. 

In Italia le donne che hanno subito violenza sono sei milioni. Ogni quarto d’ora c’è una donna che subisce una violenza. Nella stragrande maggioranza dei casi, chi fa quella violenza è una persona che aveva le chiavi di casa. Un dato agghiacciante, allarmante che racconta non solo un dato che fa paura ma anche il fatto che a colpire siano uomini vicini, nella cerchia di parenti e amici, delle nostre madri, sorelle, compagne, amiche. E d’altra parte sono spesso i partner o gli ex partner a commettere gli atti più gravi: in Italia sono, infatti, responsabili del 62,7% degli stupri. Una lunga scia di violenza che può culminare con l’estrema conseguenza: il femminicidio. Nel 38% dei casi di omicidi di donne, il responsabile è, ancora una volta, il partner.  Un dato drammatico che si unisce a quello delle donne che non chiedono aiuto. Ancora tantissime. I dati Istat ci dicono che soltanto un quinto delle donne vittime di violenza si rivolge alle Forze dell’Ordine. E di queste persone il 60 per cento non firma il verbale una volta che esce dal circuito.

La violenza può essere un’azione in grado di provocare danni e sofferenza, tanto fisica quanto psicologica.
Un atto di violenza contro le donne, infatti, può avvenire ovunque: dentro casa, sul posto di lavoro, per strada; spesso sono i partner o gli ex partner a commettere gli atti più gravi, come dimostrano i dati che indicano come nel 63% circa dei casi siano proprio loro i responsabili degli stupri.

Il 25 novembre si celebra, come ogni anno, la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, violenza che spesso si consuma all’interno delle mura domestiche proprio ad opera di chi dovrebbe invece proteggerci, rispettarci e volerci bene. Il 25 novembre non è una data casuale: quel giorno infatti, correva l’anno 1960, furono uccise le sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.

Quasi 750 milioni di donne e ragazze in tutto il mondo si sono sposate prima del loro diciottesimo compleanno. Più di 200 milioni di donne e ragazze hanno subito mutilazioni genitali femminili. Sono i dati allarmanti forniti dall’Onu in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne che sottolineano anche come una donna su 2 uccisa in tutto il mondo è stata vittima del suo partner o della sua famiglia mentre solo 1 uomo su 20 è stato ucciso in circostanze simili. Inoltre sono donne o ragazze Il 71% di tutte le vittime della tratta di esseri umani in tutto il mondo, tre quarti delle quali sono sfruttate sessualmente. “La violenza sessuale contro le donne e le ragazze affonda le sue radici in secoli di dominazione maschile – ha dichiarato il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne – Non dimentichiamo che le disuguaglianze di genere, che sono alla base della cultura dello stupro, sono uno squilibrio di potere”.

Di fronte alle sentenze dei giudici che condannano il branco di aggressori, molte persone si domandano perché a volte si tende a incolpare la vittima e ad attribuirle parte della responsabilità. Ricapitoliamo: se indossi i jeans non è possibile che ti abbiano stuprato (Cassazione, sentenza numero 1636-1999); se non urli con vigore ma dici solo ‘No’ (e nemmeno a voce molto alta) non è possibile che ti abbiano stuprato (tribunale di Torino, 2017); se si tratta di tuo marito e il rapporto è ‘completo’ non è possibile che ti abbiano stuprato (Cassazione, sentenza 2014); se hai bevuto e non sei stata costretta a ubriacarti il fatto che abbiano abusato di te non costituisce una aggravante, (Cassazione, sentenza 32462, 2018). Giriamola come si vuole: nella maggioranza dei casi le donne se la vanno a cercare e lo stupro è colpa loro, come con leggerezza amara sostiene il gruppo indiano Aib nel loro video “It’s your fault”.  Il ribaltamento da vittima a responsabile della violenza accade solo nel caso di violenza sessuale: mai in altre fattispecie di reato, e questo dovrebbe farci riflettere, così come dovrebbe preoccupare un paese civile se la sua giustizia sentenzia in questo modo. Bere fino a stordirsi, rischiare di essere preda di altri, è un errore tragico, ed è indispensabile che l’educazione che impartiamo ai nostri figli e figlie sia rigorosa e attenta a sottolineare di non abusare mai di sostanze che mettano in pericolo la lucidità.

Ma come è possibile che, se si tratta di violenza sulle donne, questo ripugnante abuso diventi quasi sempre un boomerang che colpisce la vittima e mette in ombra le responsabilità dell’abusante? Il movimento MeToo l’ha messo in luce: è come se alla donna venisse richiesto di fare qualcosa per evitare l’aggressione.

 

Un’indagine aveva rivelato che, sorprendentemente, sono proprio le generazioni più giovani, i ragazzi tra i 16 e i 19 anni, nel 33% dei casi, a incolpare più spesso le donne per le aggressioni che subiscono. Il 6% di loro crede che la vittima sia completamente e principalmente responsabile, se ubriaca.

Per 20 su 100, è «un po’ responsabile». Tra quelli di età compresa tra 25 e i 44, circa il 23% ritiene che una persona che ha bevuto sia almeno in parte responsabile: c’è ancora molta strada da fare, quando si tratta di affrontare le molestie sessuali. In tutti gli ambienti.

Adesso una nuova ricerca, basata su due studi, ha rivelato l’impatto dell’empatia mal riposta, quella verso l’aggressore. Le donne sono generalmente riluttanti a presentare denuncia per molestie sessuali, anche perché quando lo fanno, spesso incontrano persone che le guardano con sospetto. Per evidenziare questi diffusi atteggiamenti di colpevolizzazione della vittima e il lato oscuro dell’empatia che li alimenta, i ricercatori hanno completato due studi.

Nel primo, i partecipanti hanno dibattuto su una vignetta che raccontava una molestia subita da una studentessa da parte di un compagno. Gli uomini, più delle donne, hanno incolpato la vittima: i ricercatori hanno interpretato questa tendenza chiamando in causa la maggiore empatia per il maschio, e non la minore empatia per la vittima, femmina.

Nel secondo studio, ai partecipanti è stato chiesto di analizzare la stessa vignetta e concentrarsi sul punto di vista di un uomo o di una donna nella stessa situazione. Sia le femmine che i maschi, però, tendevano a focalizzarsi sulla prospettiva del colpevole, dimostrando di nuovo una maggiore empatia verso gli uomini. E ancora una volta, concentrarsi sulla prospettiva dell’uomo portava a incolpare maggiormente la donna.

«È opinione diffusa che la mancanza di empatia per le donne spieghi perché le persone tendono a incolpare le vittime, ma in realtà abbiamo scoperto che la maggiore empatia per i molestatori uomini è una spiegazione più coerente», dicono i ricercatori. È importante notare che, nel complesso, non si dà molta colpa alle vittime, ma comunque gliela si attribuisce, ed è per questo che urgono interventi sociali.

«I resoconti dei media sulle molestie sessuali si concentrano ancora troppo spesso sul punto di vista degli aggressori uomini e sul potenziale danno alla loro vita che può provocare una denuncia per violenza», ha aggiunto la dottoressa Renata Bongiorno, dell’università di Exeter, che ha curato lo studio, pubblicato su Psychology of Women Quarterly. «Dunque tutti, inclusi gli uomini, dovrebbero essere consapevoli che la loro empatia nei confronti dell’aggressore può aumentare la probabilità di incolpare le donne. E questa situazione continua a rendere molto difficile, per le donne molestate sessualmente, farsi avanti a denunciare e riuscire ad ottenere un’udienza equa».

La storia delle sorelle Mirabal: 

Il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal fu fortemente sentito dall’opinione pubblica. Le tre donne sono considerate ancora oggi delle rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos. Il 25 novembre del 1960 le tre donne si recarono a far visita ai loro mariti in carcere quando furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare che le portarono in un luogo nascosto. Qui furono torturate, stuprate, massacrate a colpi di bastone e strangolate a bordo della loro auto.

L’unica sopravvissuta fu la quarta delle sorelle Mirabal, Belgica Adele, che dedicò la sua vita a onorare il ricordo delle tre donne. Pubblicò successivamente un libro di memorie: Vivas in su jardin. Le sorelle Mirabal sono conosciute anche con il nome “Mariposas”, poiché simili a delle farfalle in cerca di libertà. La loro storia venne raccontata anche dall’opera della scrittrice dominicana Julia Alvarez, Il tempo delle farfalle, in Italia edito da Giunti. Esistono anche due film che raccontano la loro biografia “In the Time of Butterflies” (2004) e “Trópico de Sangre” (2010).

 

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