AL CTS DI CASERTA LO SPETTACOLO “FRANCA” DI MARIAPAOLA TEDESCO

Ecco il tredicesimo appuntamento di questa ricca stagione teatrale proposta dal Piccolo Teatro Cts di Caserta, con sede in via Louis Pasteur 6, zona Centurano. Lo spettacolo previsto per questo weekend, sabato 14 alle ore 21 e domenica 15 alle 19, è presentato dalla compagnia teatrale Onirika del Sud con “Franca” di Mariapaola Tedesco. In scena la stessa autrice con Pierpaolo Saraceno che ne ha curato anche la regia, le scene e i costumi. Musiche originali di Concetto Fruciano, disegno luci di Gianni Grillo, foto e video di Daniele Manzella, direzione tecnica di Massimiliano Boco.

Quello di Franca Viola fu il primo vero rifiuto al matrimonio riparatore. Divenne simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane. Nel 1965, a soli 17 anni, venne rapita da Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi, e da altri suoi amici. La ragazza fu violentata per otto giorni. Il padre fu contattato dai parenti di Melodia per la cosiddetta “paciata”, ovvero per un incontro volto a mettere le famiglie davanti al fatto compiuto e far accettare ai genitori di Franca le nozze dei due giovani. Secondo la morale del tempo, una ragazza uscita da una simile vicenda, avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore, salvando l’onore suo e quello familiare. All’epoca, inoltre, la Repubblica Italiana proteggeva con l’articolo 544 del codice penale il reato di violenza carnale, che veniva estinto se l’aggressore sposava la sua vittima. Franca Viola si rifiutò di sposare Melodia e solo nel 1981 l’articolo venne abrogato. E solo nel 1996 lo stupro diventerà legalmente riconosciuto in Italia non più come un reato “contro la morale”, bensì come un reato “contro la persona”. Una continua lotta tra un vero e ingenuo amore e un matrimonio riparatore da parte della mafia siciliana.

Lo spettacolo è un forte e spietato messaggio in tempi in cui il femminicidio, lo stupro, la violenza sulle donne non smettono di caratterizzare negativamente la società in ogni parte. Ecco le note di regia. «Essere Franca significa andare controcorrente, contro le regole stabilite dal popolo di quel tempo, siamo nel 1965; allontanarsi dal moralismo e dall’ipocrisia di certi ambienti tranquilli e puliti dove l’orrore c’è, ma è ben custodito lontano dalla vista. Essere Franca significa provare l’ebbrezza della libertà, reggere il sacrificio della coraggiosa scelta, mettere in discussione l’esistenza di Dio. Un oscuro circo a ciel sereno, all’interno del quale ci si ama e ci si odia.  L’opera si apre con un sogno premonitore. La vera protagonista è solo una bambola, che assorbe tutta la storia di Franca. Filippo, uomo dalle mille maschere, è solo un’intermediazione tra ciò che sta sul palcoscenico e gli spettatori. Un uomo appeso ad una quarta parete, in un continuo oscillare tra bene e male, tra amore e odio, tra libertà e incatenamento. Sul proscenio, esposti gli oggetti di un’ingenua fanciulla come simbolo di un passaggio temporale, che alla fine si rivelano come uniche cose pulite e immutate. Un vestito da sposa come simbolo della sua verginità e del suo desiderio di matrimonio si contrappone a un luttuoso abito nero, simbolo di un’atroce morte morale. Franca va spavalda incontro alla morte e se ne frega di finire tra le braccia della “Cosa Nostra” di quel tempo.  La musica “meridionale” evidenzia lo sfruttamento delle donne, scava l’anima dello spettatore portandolo a elaborare il vero concetto del tragico. È una sacra musica orchestrale, paragonabile a quella del Cristo Morto durante le processioni pasquali del Sud Italia. Una storia da conoscere e far conoscere. Liberamente tratta dalla vera storia di Franca Viola».

 

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