Antonella Cilento e lo spirito di Lisario

Antonella Cilento vive e insegna scrittura creativa a Napoli da ventuno anni. Scrive da sempre narrativa, teatro e  saggistica. Oggi, con il suo romanzo storico “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori) è l’ unica donna nella cinquina dei finalisti del Premio Strega.

Cosa significa rappresentare l’universo femminile della letteratura nel concorso letterario piu` prestigioso d’Italia? Quali luoghi comuni le tocca combattere, quali miti le toccherà sfatare da qui alla finale del 3 luglio?

«Certo, è un po’ come essere la quota rosa del premio… Anche se nella sua storia non sono certo mancate illustri vincitrici, sono alcuni anni che in Italia tira un vento molto maschilista, non solo nelle evidenze delle pagine dei quotidiani, cariche di femminicidi e violenze domestiche, ma anche negli apparentemente evoluti ambienti culturali. Le donne che leggono, scrivono e lavorano nell’editoria sono di più ma quasi mai sono al potere o vincono. Poi il discorso è complesso, riguarda le idee di letteratura vigenti, la predominanza di un pensiero debole narrativo che io non sposo, sono per le narrazioni vere, per la forza del racconto».

Chi è  Lisario e quanto le donne di oggi possono ritrovare della loro condizione in questo personaggio?

«Lisario è una bambina di appena undici anni quando inizia la storia cui è stata tolta la parola da un chirurgo male avvertito e che, costretta al matrimonio, sceglie di addormentarsi per protesta. E’ una narcolettica a comando, ma anche una segreta lettrice, un’autodidatta della scrittura che invia lunghe lettere alla Madonna (lettere a se stessa, in fondo). E’ una donna piena di ironia, molto padrona del suo corpo e del suo piacere, circondata da maschi voyuer, arroganti, rigidi».

La storia di Lisario è ambientata nel  seicento, un un secolo a lei particolarmente caro, ce ne spiega le motivazioni?

«E’ il secolo più vicino al nostro, il padre lontano del Novecento e dell’oggi, non solo perché è il secolo in cui nasce il romanzo moderno grazie a Cervantes, che Lisario infatti legge avidamente come avvertimento per la sua vita futura e presente, ma anche perché è un secolo bersagliato da guerre, epidemie, carestie, ossessionato dal corpo e dalle malattie, che rimuove la morte, come accade anche nel nostro tempo. Ai corpi rubicondi e rubensiani di allora noi opponiamo corpi anoressici e alla paura della morte un’ipermedicalizzazione che in realtà spesso di fa morire prima. E’ il secolo della luce e della tenebra e anche quello della cecità»

Luci ed ombre di Napoli, città dai forti contrasti che immagino lei ami appassionatamente. Quanto c’è di Napoli e della sua storia  in questo  romanzo?

«La Napoli del Seicento è un trionfo di mali, la peste, le rivoluzioni, le tasse, le storture del potere e l’inurbamento forzato, ma anche il regno dell’arte, della grande pittura, della musica barocca, della poesia. Napoli vive ancora un po’ in questo suo secolo lontano e insieme vicino. La città e la mia esperienza della città e della sua Storia sono essenziali nel mio romanzo».

Quanto è cambiata Napoli dal Seicento ad oggi e quale è il messaggio che Antonella invierebbe a tutti i napoletani e in special modo a chi può fare qualcosa per migliorare le cose?

«Purtroppo è cambiata in peggio sotto certi aspetti: scomparse le grandi industrie culturali dell’arte che rendevano la città ricca in quel tempo ma non svaniti, anzi peggiorati, i cattivi governanti, che l’hanno trasformata in una periferia e non più nella perla dell’impero. Ai napoletani un appello che rivolgo da anni: fare rete, al di là e senza le istituzioni, che vanno epurate, educate. Bisogna imparare a cavarsela da soli e a fare bene aiutandosi, sfidandosi a migliorare, come si fa in altre città».

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