Bonus bebè: ancora interventi spot per le famiglie

Nel 2005 Tremonti introdusse un bonus bebè da 1000 euro erogato a pioggia tanto che tra i beneficiari risultò anche la famiglia Totti. Sempre un governo Berlusconi nel 2009 istituì il Fondo per i prestiti alle famiglie con nuovi nati, da restituire a condizioni vantaggiose. Nel 2012 con il governo Monti fece la sua comparsa un bonus da massimo sei rate di 300 euro al mese negli 11 mesi successivi al congedo obbligatorio, variabile in base al reddito e con fasce determinate dalle Regioni. Nel 2013 era stata la volta di Letta con un fondo da 20 milioni all’anno fino al 2015 destinato alle famiglie più bisognose. Anche questa misura finì sotto la voce bonus bebè, ma non è mai partita concretamente.

La Legge di stabilità 2015 presentata la scorsa settimana da Matteo Renzi non sarà da meno. Nella bozza di testo che circola da giorni in attesa della versione definitiva (versione al centro di un giallo nel pomeriggio di ieri con l’ufficio stampa del Quirinale che ammetteva di aver ricevuto un documento privo della bollinatura della Ragioneria Generale dello Stato) si prevede la costituzione di un fondo da 500 milioni di euro destinato alle famiglie da utilizzare per erogare un bonus da 80 euro al mese alle neo mamme con reddito familiare inferiore ai 90mila euro annui, nei primi tre anni di vita del bambino . “Sempre meglio di niente”. Anche se con 80 euro mensili in più si riesce a mala pena a coprire la sola spesa dei pannolini… Secondo Federconsumatori, infatti, mettere al mondo un figlio oggi costa in media mille euro al mese fino ai 18 anni. Ancora una volta però a misure di sistema si preferiscono interventi spot che non creano condizioni durature per il sostegno delle famiglie e delle nascite. Nel nostro Paese, che nel 2013 ha registrato il più basso tasso di natalità, secondo l’ultimo dossier di “Cittadinanzattiva” gli asili nido ad esempio coprono solo l’11,8% dell’utenza potenziale, oltre 20 punti in meno rispetto al 33% raccomandato dall’Europa entro il 2010, con notevoli differenze tra Nord, Centro e Sud. L’ultimo governo a intervenire con un piano straordinario sugli asili nido è datato 2007: era premier Romano Prodi e il professore bolognese accantonò 350 milioni, più 450 milioni di cofinanziamento delle Regioni, che andarono a migliorare l’offerta nazionale senza risolvere il problema. Risultato: liste di attesa lunghissime e rette altissime che nel pubblico si aggirano mediamente intorno al 309 euro mensili, nel privato variano tra i 500 e i 1000 euro al mese.

Ma gli asili nido sono solo una delle facce della medaglia: intervenire a favore delle famiglie significa anche favorire la conciliazione dei tempi di vita/lavoro soprattutto per le donne, spesso costrette a scegliere tra la carriera e il loro ruolo di madri. Il termine tecnico è contrattazione di secondo livello, cioè tutte quelle misure che aiutano le donne (ma anche gli uomini) ad affrontare, con maggiore serenità e meno sforzo, responsabilità familiari e lavorative spesso pressanti e difficili da equilibrare, grazie ad esempio all’introduzione di orari flessibili sul posto di lavoro e alla riqualificazione del personale. A tal proposito, la bozza della Legge di stabilità già citata conterrebbe anche un taglio del fondo per il finanziamento di sgravi contributivi per incentivare la contrattazione di secondo livello: fondo ridotto di 200 milioni di euro a decorrere dal 2015. Se il taglio dovesse comparire anche nel testo definitivo della Legge di Stabilità si tratterebbe di un bel controsenso.

 

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