Cetara: quando l’arte si fa superba

Cetara è una ridente cittadina sulla costiera amalfitana, lambita dal mare e prescelta da numerosi turisti per trascorrere ore liete tra bagni, sole e romantiche passeggiate.

A pochi passi dal centro vi è la chiesa di S. Maria di Costantinopoli, edificata nel 1867, come si evince chiaramente dalla data di apertura al culto posta sul pavimento e negli affreschi della cupola, anche se i lavori di costruzione cominciarono nei primi anni dell’Ottocento.
Essa andò a sostituire una piccola chiesetta, anche essa dedicata alla Madonna di Costantinopoli, costruita intorno al 1550 e della quale oggi residuano pochi e malconci ruderi.
Nella nuova chiesa troneggia una pala d’altare, raffigurante la Madonna col Bambino e santi, forse proveniente dalla cappella cinquecentesca, sulla base di una visita pastorale del 1550 eseguita per conto della diocesi di Amalfi, nella quale si accenna ad un’antica e preziosa icona mariana.
L’autore del dipinto va ricercato nella bottega dei D’Amato, la quale per decenni, prima col padre Giovann’Angelo e poi con il figlio Giovanni Antonio, dominò la scena artistica locale, monopolizzando la committenza ecclesiastica.
Giovanni Angelo D’Amato, è originario di Maiori (Salerno) ignoriamo le date di nascita e di morte, ma la sua attività è ampiamente documentata nell’ultimo quarto del secolo XVI e agli inizi del XVII. La più antica data finora nota che lo riguardi è il 1576, anno in cui il pittore dipinse per la collegiata di Atrani, per il prezzo di 120 ducati, “una gran cona di legno”, tuttora esistente ma smembrata.
L’anno successivo promise, insieme con Girolamo Imparato, di dipingere e indorare una “cona”, ora perduta, per Marcantonio Dulcetto. Nel 1583 il pittore firmò e datò la tavola del duomo di Ravello con S. Michele Arcangelo “Io: Angelus de amato maioresis me pinxit A.D. MDLXXXIII”. Dopo tale anno, a parte una “icona magna” con la Madonna del Rosario e Misteri firmata e datata 1588, ricordata a Ravello nella sacra visita del 1617 e oggi dispersa, nessuna notizia ci è pervenuta sull’artista  fino al 1595, data da cui inizia invece una fitta serie di documenti che si susseguono, quasi ad annum, fino al 1615. Dal loro esame emerge che egli collaborò più volte con Girolamo Imparato e dovette appartenere alla sua stessa generazione anche se nelle opere ritrovate – quasi tutte a Napoli, sulla costiera amalfitana e sorrentina e in Calabria – appare spesso in connessione col più giovane Francesco Curia.
Le conoscenze acquisite permettono soprattutto di delinearne il percorso artistico la cui fase iniziale è documentata dal ricordato polittico di Atrani del 1576: le tre tavole del registro inferiore con la Maddalena fra i ss. Sebastiano e Andrea sono attualmente sistemate nell’abside della chiesa, mentre quelle del registro superiore con la Resurrezione fra i ss. Pietro e Paolo si trovano nella sagrestia. Nell’opera, che stando ai documenti è la più antica del pittore, il D’Amato sembra essere agli esordi debitore di Giovan Bernardo Lama anche se già se ne distacca caratterizzandosi per certe libertà disegnative e per personali scelte coloristiche di tinte acide e fredde.
Giovanni Antonio D’Amato nasce come pittore devozionale ma per una parte del suo percorso artistico sarà attirato dal naturalismo dei primi caravaggeschi napoletani, a tal punto da confondersi a loro in alcune opere come nel Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia della collezione Pellegrini a Cosenza, attribuito in passato a Beltrano o a Vitale. I suoi quadri naturalisti sono però sempre intrisi da una garbata punta di devozione familiare e dal dolce impasto cromatico proprio delle sue origini baroccesche.
Ad inizio secolo sono collocabili la Vergine Lauretana della chiesa di Santa Maria del Popolo agli Incurabili e la Visione di San Romualdo sulla volta del coro dell’Eremo dei Camaldoli. In anni successivi realizza il caravaggesco Santi Nicola, Domenico e Gennaro, oggi nel museo civico. Celebri alcune sue opere conservate nella quadreria dei Gerolamini: la Deposizione e la Sacra Famiglia, un soggetto che replicherà in una tela già nella chiesa delle Crocelle ai Mannesi ed oggi al Divino Amore.
La sua attività proseguirà fino agli inoltrati anni Quaranta non solo a Napoli ed in costiera amalfitana, ma si irradierà anche verso la Calabria e la Puglia, fino a quando i tempi dell’ultima Maniera, anche se aggiornati al lume caravaggesco, non saranno esauriti definitivamente.
Il filone devozionale d’ispirazione toscana comprende autori importanti: Fabrizio Santafede, uno Stanzione ante litteram, campione incontrastato della nuova pittura, Giovanni Balducci, fautore di un pacato realismo domestico e Giovan Bernardo Azzolino, suocero del Ribera, il più seicentesco tra i tardo manieristi napoletani. Essi si limiteranno unicamente ad un viraggio di colore verso lo scuro nelle loro composizioni sacre dopo il 1608. A questi autori può essere affiancato Ippolito Borghese dal linguaggio intriso di pietismo e dallo stile aneddotico e devozionale.
Ritornando alla pala in esame un convincente raffronto tra alcune opere documentate dei due artisti e la parte alta, raffigurante la Madonna col Bambino non lascia alcun dubbio sull’autografia, per cui riferiamo solo come curiosità una sorta di firma che in fase di restauro era comparsa, anche se poco leggibile: “Tanga”, la quale ci avrebbe portato a scoprire la prima opera di uno dei numerosi pittori napoletani, citati tra i documenti di pagamento presenti negli archivi, ma ancora in attesa che gli studiosi gli riferiscano uno o più dipinti.
Nel caso specifico si poteva trattare di Francesco o di Paolo Tanga, ancora sospesi nel limbo dei pittori dei quali nulla sappiamo, se non le scarne notizie contenute nelle bancali di pagamento. Un argomento affascinante e per chi volesse approfondirlo consiglio di consultare in rete un mio articolo: Pittori del Seicento napoletano, dipinti senza autore ed autori senza dipinti.
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