Dalla ‘Sinistra’ al PD napoletano. Analisi della situazione politica italiana

Qual è la reale situazione, a Napoli, del più grande partito di derivazione di sinistra? «Il PD napoletano non esiste, è il vuoto pneumatico», volendo rispondere con le parole del professore Biagio De Giovanni che traccia un’analisi sulla situazione politica in Italia partendo proprio dalla ‘Sinistra’. Un viaggio attraverso quei partiti che «sono nomi che passano, il problema è culturale», dice, riflettendo sui movimenti come Lega o M5S che «non disprezzo perché nascono da problemi reali». Chiudendo sul ‘movimento operaio’ oggi ed il PD di Renzi.

Biagio De Giovanni, già deputato europeo con il PCI ed il PDS, è un filosofo e politico italiano. Ha insegnato Dottrine Politiche all’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’.

 

Professore, quante ‘Sinistre’ ci sono in Italia?

«Bella domanda, forse la più difficile. Intanto bisogna capire cosa si intende oggi per sinistra. È un problema riaperto e non è pacifico come lo era fino ad una ventina di anni fa quando sostanzialmente la sinistra si identificava con la prospettiva del socialismo. Sinistra oggi può significare movimenti che hanno culturalmente un’attenzione maggiore per l’uguaglianza e per la libertà, per lo stato sociale piuttosto che per il mercato. Questo è il quadro molto generale, poi naturalmente ci sono accenti diversi. Volendo ricavare una sintesi, si può dire che abbiamo due sinistre: una sinistra per la quale governare è una sofferenza e quasi una colpa. L’altra che dice responsabilmente “mi assumo il governo di questa complessa società anche se so che non potrò fare una politica interamente interna a certi vecchi parametri della cosiddetta sinistra ma devo aprirmi a grandi novità”».

Qual è ‘la Sinistra’ in Italia, oggi?

«Non voglio porre un problema ancor più generale se abbia un senso oggi la distinzione tra sinistra e destra. Ho qualche dubbio su questo. C’è una sinistra di governo che la sinistra radicale nega perché si assume la complessità dei grandi cambiamenti della struttura del mondo. C’è, poi, una sinistra più arroccata sulle vecchie posizioni, più conservativa di un mondo che non c’è, secondo me. Penso che in Italia ci sia uno sforzo di sinistra dentro il PD, con tutti i problemi che sappiamo, e qualcosa di interessante in quella sinistra che chiamo radicale, che ha un’attenzione più liberal per i diritti e per l’ambiente».

Con i tempi che cambiano, come dice lei, ha ancora senso parlare di ‘Movimento operaio’?

«Non è che non esistono più gli operai o le organizzazioni sindacali. Il movimento operaio era un’altra cosa, voleva interpretare dal suo punto di vista lo sviluppo della storia futura. Quando dico che certe cose non esistono più, non nego che esistono gli operai, sarei matto. Non esiste più quel significato centrale che il movimento dava alla fabbrica ed al movimento stesso come marxianamente soggetto destinato a liberare tutta la società. In tutta la vicenda del ‘900, prima ancora del 1917, è stato un movimento che si era assunto sulle sue spalle il riscatto dell’umanità: è questo che è finito, questa cultura, non gli operai o le fabbriche o i sindacati. Quelli continueranno ad esistere finché ci sarà lavoro dipendente e siccome ci sarà sempre i sindacati esisteranno finché esiste una società plurale e democratica dove ognuno può dire la sua».

Se il Partito Democratico non ha più feeling con gli operai non è più di ‘sinistra’?

«No, questa è una sciocchezza. La sinistra italiana ha sempre cercato di andare oltre il vecchio classismo operaio. Prendiamo il caso della riforma del lavoro: il PD fa una sua politica, prova a dare una reinterpretazione dei rapporti d’impresa, prova a dire che se un operaio viene licenziato per ragioni economiche giudicate valide dall’azienda, non sarà il giudica a dire se quelle ragioni sono fondate o no. Il Partito di Renzi giudica che bisogna, in questa situazione mondiale, reinterpretare il rapporto tra imprese e lavoratori. Oggi una sinistra degna di questo nome si accolla la responsabilità di interpretare il cambiamento della struttura del mondo, il fatto che l’Occidente non è più centrale, che i famosi trent’anni di grande sviluppo e democrazia dello stato sociale sono alle spalle, non perché il capitale è cattivo ma perché adesso mangiano anche i brasiliani, i cinesi, gli indiani ed i sud africani che prima non mangiavano. La grande conquista della sinistra, in realtà, era una sorta di capitalismo mondiale perché si creava quello stato sociale sulle sofferenze del terzo mondo».

Il Movimento 5 Stelle e la Lega possono essere le risposte, nel Mezzogiorno, ai deficit della classe politica degli ultimi decenni?

«I grillini sono in caduta libera dappertutto perché questi grandi fenomeni populistici, che non disprezzo perché nascono da problemi reali, sono stati governati malissimo in questi anni. Grillo non è riuscito a dare una linea politica ne un’effettiva linea di opposizione, ha confuso le cose ed in questo momento, come sappiamo tutti, lui persino l’ha capito, si è tirato indietro. La Lega, per ora, nel Mezzogiorno non c’è ma potrebbe anche comparire per due ragioni: il centro destra non c’è più nella sua forma che ha dominato questi venti anni in Italia, visto che Berlusconi è alla fine. Inoltre, Salvini che è un po’ il Renzi della destra ha fatto un’operazione intelligente: è passato dalla Padania alla nazione, in un momento in cui in tutta Europa i movimenti nazionalistici riprendono fiato. Si pensi alla Le Pen in Franci o anche a Farage in Inghilterra. Salvini sta assumento il ruolo di capofila di un nuovo centro destra, più spostato a destra di prima, e più aderente o simpatizzante per questi movimenti nazional populistici che addirittura danno a Marine Le Pen il primo posto in Francia, un grande paese democratico».

Ma ha ancora senso parlare di ‘Questione Meridionale’?

«Ha ancora senso, anzi cresce il divario tra nord e sud. Dopo settant’anni dal secondo dopo guerra, la sinistra non è riuscita a dare una risposta vera al problema meridionale pure avendolo assunto nella sua cultura ed avendolo dichiarato nelle sue politiche. Esiste una questione meridionale che non può essere affrontata con gli strumenti di prima, con la spesa pubblica e basta perché in passato non ha risolto nulla. La risposta un po’ banale è che i ‘Mezzogiorni’, perché ogni regione è diversa dalle altre, dovrebbero riuscire a mettere in moto le proprie energie interne, le proprie capacità, i talenti, le bellezze, le tradizioni, le culture ma purtroppo, lo dico senza fare il qualunquista, le classi dirigenti locali sono di una inadeguatezza tragica».

Infine un pensiero sul PD di Renzi. Viene accusato di essere autoreferenziale anche nelle leggi che approva, lei che ne pensa?

«Io l’ho votato, già contro Bersani alle primarie e non ne ho fatto mistero. La ragione è molto semplice: la vecchia classe dirigente aveva esaurito il proprio compito. Alle ultime elezioni politiche, secondo D’Alema “Bersani ha mancato un rigore a porta vuota”, cosa c’è da aggiungere a questo? Le ha perdute non perché non è capace ma perché quella classe dirigente era esaurita, l’Italia non li voleva e non li votava più. Renzi ha rappresentato una scossa all’albero che fa cadere i frutti marci. D’altro lato, però, la centralizzazione che Renzi fa dell’azione politica, per cui solo lui al comando, non crea una classe dirigente ma uno staff».

Sembra, infatti, che si disinteressi dei partiti locali.

«È vero, tratta i partiti locali come se non fossero fatti suoi. Quando è venuto a Napoli, in maniera dissacrante, ha incontrato il capo dell’opposizione di destra, Lettieri, e Caldoro. Ha ignorato non solo De Magistris, ma qui ha fatto benissimo perché lo considero un sindaco pessimo, ma non ha incontrato neanche il PD. Questo è dissacrante e mi piace, mi incuriosisce una persona così».

Però ci saranno le primarie per la scelta del nuovo candidato a Governatore della Campania. Come ne uscirà il PD napoletano?

«Precisiamo che il PD napoletano non esiste, è il vuoto pneumatico. In più le mele un po’ vecchie stanno di nuovo in campo, vedi Cozzolino e De Luca, contro cui non ho nulla di personale ma uno sperava che emergessero candidature interessanti, anagraficamente più giovani. C’è bisogno di dare valore anche all’età. Mi immagino un ragazzo di 30-35 anni che si mette di buzzo buono dalla mattina alla sera. Invece, ancora Cozzolino che è una bravissima persona, un deputato europeo, ma delle ultime primarie per la scelta del sindaco a Napoli, chi ne ha saputo più nulla? Nessuno ha potuto capire come sono finite tra lui e Ranieri ma sappiamo solo che abbiamo regalato la città a De Magistris. Queste cose non le dimentico. De Luca, poi, è già stato sconfitto da Caldoro e rischia la seconda. Purtroppo, ad oggi, non c’è la personalità sbocciante che ci fa sperare di non rivedere ne Cozzolino ne De Luca, avremo delle primarie tra vecchie personalità che vanno incontro ad una sconfitta perché Caldoro non è affatto debole».

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