Diritto allo Studio: la sacralità dell’istruzione

In un contesto in cui ormai i vincoli e i limiti imposti sembrano aumentare quotidianamente, mentre, al  contrario, i diritti tendono sempre più a ridursi se non scomparire, il mondo dell’università si ritrova a confrontarsi con numeri e statistiche dalle quali si trova ben lontana. Basti pensare al tasso di abbandono scolastico: in Italia circa il 18% dei ragazzi compresi nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni abbandona il mondo scolastico, con punte del 25% nel Mezzogiorno. Il dato è allarmante: l’Italia è certamente tra i paesi peggiori dell’Unione Europea, dove la media quest’anno è scesa poco al di sotto del 13%, ed è ben lontana dall’obiettivo comunitario previsto dal piano “Europa 2020”, che ciindica di portare l’indicatore al di sotto del 10%. Inoltre, secondo un rapporto Anvur, tra il 1993 e il 2012, la quota dei laureati sulla popolazione in età da lavoro è salita dal 5. 5% al 12. 7% e tra i giovani tra i 25 e i 34 anni si è passati dal 7. 1% al 22. 3%. Nonostante questo miglioramento l’Italia continua ad avere una delle percentuali di laureati più basse a livello europeo: seppur infatti la quota di laureati sia aumentata di ben 10 punti percentuali, resta ancora ben lontana da quella della media europea che si attesta intorno al 35%. Inoltre, dal 2004 ad oggi, l’università italiana ha visto ridursi di circa 69mila unità il numero degli immatricolati, registrando un tasso di successo negli studi che è ancora basso: su 100 immatricolati solo 55 conseguono il titolo a fronte di una media europea di quasi il 70%. Ho richiamato all’attenzione tutte queste statistiche poiché penso che rappresentino un’importante fonte di conoscenza dalla quale non si può prescindere, e sulla quale bisogna seriamente riflettere per comprendere al meglio le sfide a cui siamo chiamati. Sono convinto del fatto che gli investimenti nell’istruzione siano qualcosa che nel lungo periodo portano sicuramente grandi vantaggi, ecco perché bisogna assolutamente tenerne conto quando si decidono gli stanziamenti dei fondi pubblici, soprattutto nei periodi di crisi! Ma il nostro Paese anche in questo caso non occupa buone posizioni: secondo il rapporto OCSE, l’Italia tra il 2005 e il 2010 non ha destinato mai più del 9% della spesa all’istruzione, rispetto ad una percentuale europea che è del 13%. Richiamando i dati di cui sopra, risulta del tutto evidente che la crescente riduzione degli investimenti in questi anni ha fatto sì che anche l’interesse degli studenti per il mondo universitario diminuisse.

Tutto ciò in uno scenario in cui le famiglie italiane fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, e come molto spesso accade, fanno fatica o non vi riescono del tutto, a garantire una formazione ai propri figli. A tal proposito vorrei ricordare l’articolo 34 della Costituzione Italiana che sancisce il diritto allo studio (DSU), da realizzare mediante interventi rivolti ai capaci e meritevoli, privi di mezzi, al fine di consentire loro di “raggiungere i gradi più alti degli studi”. Il decreto legislativo n. 68 del 2012 prevede tre canali principali di finanziamento: il Fondo Integrativo statale per la concessione delle borse di  studio da assegnare alle regioni proporzionalmente al fabbisogno finanziario, il gettito derivante dalle tassa regionale per il DSU a carico degli studenti (sono esclusi i beneficiari delle borse di studio) ed infine le risorse proprie delle regioni, ulteriori rispetto al gettito precedente, in misura pari ad almeno il 40% dell’assegnazione relativa al Fondo Integrativo ministeriale. È chiaro che nel contesto socio-economico che viviamo, la borsa di studio rappresenta una, se non la principale, forma di sostegno erogata agli studenti che sono meritevoli ma privi di mezzo. Il punto è che le risorse che vengono  davvero impiegate non sono sufficienti ad assicurare a tutti gli idonei una borsa di studio. In Campania, così come accade nelle altre regioni italiane, il DSU è “garantito” dalle A. DI. SU (Aziende per il Diritto allo Studio Universitario), le quali non gestiscono in autonomia le risorse economiche, in quanto le vengono conferite dalla Regione Campania. Difatti gli studenti universitari, al momento dell’iscrizione, versano la così detta tassa regionale per il DSU, che negli ultimi due anni ha visto un aumento di circa il 125%, passando da 62 a 140 euro, direttamente nelle casse della Regione, che provvede poi a trasferirli alle sette Aziende presenti oggi sul territorio regionale. Le azioni messe in campo dalle A. DI. SU., che risultano quindi subordinate alle decisioni assunte dal governo regionale, riguardano la gestione delle borse di studio, il servizio ristorazione, la definizione di strutture residenziali destinate ad ospitare gli studenti universitari. Si può affermare quindi che la “mission” principale delle aziende è quella di costruire un sistema di strumenti e servizi che mirino a favorire la più ampia partecipazione alla formazione universitaria. I dati che però ci giungono dalle ultime analisi, non sono certo confortanti: a causa della riduzione delle risorse, tra l’a. a. 2009/2010 e il 2011/2012 si è passati da un tasso di copertura dell’86% a un tasso del 69%. Le regioni del Mezzogiorno, dove maggiore è l’incidenza degli aventi diritto, presentano tassi di copertura inferiori alla media. Una su tutte la Campania, che è passata dal 59% del 2008 a circa il 27%. Un dato davvero sconfortante, che diventa incredibile quando si viene a conoscenza del fatto che i fondi destinati agli studenti in realtà, per la gran parte, vengono utilizzati per coprire buchi di bilancio. Certamente, per un Paese che si definisce democratico, questo diventa del tutto inconcepibile, soprattutto poi se gli interventi pubblici a favore della formazione sono difesi da principi costituzionali e trovano uno dei leitmotiv nella definizione degli obiettivi fissati dalla strategia europea di “Europa 2020”.

Formarsi, studiare, è una scelta che sicuramente deve venir fuori da ognuno di noi, ma è una scelta che sicuramente porta benefici alla nostra società. Ecco perché è necessario comprendere che  occuparsi di queste cose significa occuparsi dei bisogni reali di tanti giovani, significa costruire il nostro Paese sull’uguaglianza, sul diritto, sulla solidarietà. Don Lorenzo Milani diceva: “La scuola mi è sacra come l’ottavo sacramento”.

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