DON VITALIANO DELLA SALA A ORTICALAB:”«La morte di Angelo è il fallimento di tutti: il Comune è assente, il volontariato un affare. Il bene non si fa per profitto»

Don Vitaliano, la morte del quarantaquattrenne Angelo Lanzaro, ridottosi a vivere nel Mercatone e deceduto nella notte dell’Epifania per il freddo, ha ridestato la città dal suo indifferente torpore. Peccato che i buoni propositi arrivino sempre dopo la tragedia.

«La morte di Angelo rappresenta il fallimento di tutti: del Comune di Avellino, del mondo del volontariato e di tutti cittadini. E’ chiaro che c’è chi ha il dovere di fare qualcosa, diciamo così per mestiere o per le sue funzioni politiche. Ma la responsabilità è anche di tutti noi. Il Mercatone, poi. è diventato un vero e proprio ricettacolo del dolore. Il problema va risolto. Allo stesso tempo, bisogna riorganizzare le politiche sociali ed il mondo del volontariato».

Partiamo dalle prime: è evidente che, anche se le responsabilità non sono mai riconducibili in maniera diretta a qualcuno, l’assenza di Piazza del Popolo è clamorosa. Che pensa delle dichiarazioni dell’assesossore al ramo, Titti Mele, secondo la quale il Comune non si è mosso in ritardo?

«Penso che se arrivavano in tempo Angelo era vivo. Non dovevamo certo aspettare quest’ondata di freddo per capire che ci sono tante persone in gravi difficoltà. Molte famiglie, che pur avendo un tetto, vivono una condizione difficile, indecente. Questo signore era solo la punta di un iceberg. I senzatetto, ad Avellino, sono pochi. Proprio per questo la faccenda sarebbe gestibile».

Invece per lo scorrimento della graduatoria di una casa popolare o comunale occorre un miracolo.

«Il problema è proprio questo. Ma al di là delle case popolari, un dormitorio, almeno in questi mesi invernali, anderebbe pensato. Servirebbe soprattutto verso il centro della città. Non basta quello di via Morelli e Silvati, che è sempre pieno. A Roma e nelle altre città lasciano aperte le stazioni, noi ad Avellino non abbiamo nemmeno quella. All’assessore Mele dico che se arrivavano prima Angelo era vivo. L’indagine interna del sindaco Foti è solo un pannicello caldo. E’ un problema di sensibilità Insomma, dovremmo pensare ad un luogo per chi vive per strada, tamponando così l’emergenza, per poi impegnarci ad intervenire sulle ragioni vere di questi fenomeni. Ma è tutto fermo».

Ora il sindaco di Avellino annuncia un’indagine interna per capire chi, a differenza di quanto sostiene clamorosamente l’assessore Mele, si è mosso male o non si è mosso proprio. Che ne pensa?

«Solo un pannicello caldo. E’ un problema di sensibilità. La colpa non è di quello o di quell’altro. La macchina non funziona. Anziché cercare il capo espiatorio, bisognerebbe fare autocritica e vedere che cosa non ha funzionato. Per la mia esperienza, quelli che non votano danno quasi fastidio. Non ci si arrabbia nemmeno se qualcuno li tratta male. Il papa li chiama gli scartati. Una parola che dice tutto. Nessuno se ne occupa, persino loro si vergognano di se stessi. Anni fa ho partecipato a Venezia ad un’ iniziativa con i centri sociali. Si chiamava “Progetto Siberia”. Il Comune aveva delegato gruppi di volontari, finanziandoli, perché si prendessero cura di chi non aveva un tetto. Portavamo loro una cena calda, offrivamo un letto in un dormitorio. Insomma, serve un progetto. Ad Avellino tutto questo manca. Bisognerebbe sedersi intorno a un tavolo: i volontari, la Caritas, le forze dell’ordine, la politica. Capire come intervenire».

Il volontariato è diventato un affare. Nessuno se ne occupa più gratuitamente, che non significa solo gratis, ma con la passione. Si guarda al progetto e si perde di vista la ragione di fondo: fare del bene

Gli attori che ha menzionato si dicono costantemente pronti a fare squadra. Poi ci si divide, perché?

«Non saprei. Ma il problema resta. Anche la Caritas è diventata troppo burocratica. Al dormitorio ex «don Tonino Bello» bisogna andare con il permesso di soggiorno, non si può restare più di un certo numero di giorni, è sempre pieno e, se bussi alle 9, può capitare che non abbiano la possibilità di ospitarti. Serve qualcosa di più. Il volontariato è diventato un affare. Nessuno se ne occupa più gratuitamente, che non significa solo gratis, ma con la passione. Si guarda al progetto, al finanziamento previsto. Tutto giusto, ma poi ti manca il rapporto umano e la motivazione di fondo. Bisognerebbe che il volontariato si interrogasse sulle ragioni vere del proprio impegno. Una cosa non esclude l’altra, ma ci vuole un lavoro sotto. Ci vogliono persone che abbiano il polso della situazione, che vadano in giro, che conoscano le necessità di queste persone. Questo non si fa per mestiere. Se non ci si mette insieme a ragionare, non si riesce. E domani morirà un altro senzatetto».

Da una parte le carenze delle istituzioni, dall’altra quelle deil mondo del volontariato, nel mezzo i cittadini. Troppo spesso ci voltiamo dall’altra parte, è così?

«Esatto. Ribadisco, servirebbe un team di volontari che facciano uno screening della città, si informino, girino. E’ complicato, ma questa, a mio avviso, è la prima soluzione. Siamo tutti responsabili, in percentuale diversa. Ma anche noi cittadini, che vediamo qualcuno in difficoltà, dovremmo avvisare subito le autorità preposte. Manca proprio questo anello di congiunzione tra i disperati e chi deve fare il proprio lavoro».

Mescolare la vicenda dei profughi con quella dei poveri italiani è un’assurdità. L’una non influenza l’altra ed anni fa, quando non c’era ancora l’emergenza immigrati, d’inverno si moriva ugualmente di freddo

Invece in queste ore, insieme alla neve, fioccano sui social network le osservazioni di chi contrappone gli italiani in difficoltà agli immigrati ed ai profughi. Un’ assurdità in termini, sia dal punto di vista della riflessone economica, che di quella giuridica e sociale. Eppure forse è il termometro di una società superficiale ed in capace di andare nel merito delle questioni. Non crede?

«Proprio così, un’assurdità. Perché il problema dei richiedenti asilo è lo stesso dei poveri italiani. Se mi improvviso ospitante e non faccio ciò che devo, ovvero nutrirli, vestirli e soprattutto inserirli, prima o poi il cortocircuito si riproporrà. Cinque o sei anni fa, quando non c’era ancora l‘emergenza profughi, d’inverno si moriva lo stesso di freddo. Si tratta di due povertà di natura diversa e l’una non incide sull’altra. La verità è che bisognerebbe intervenire su entrambe facendo del bene. Ma il bene non si fa per profitto».

FLAVIO COPPOLA di ORTICALAB

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