AUMENTANO I SUICIDI IN CARCERE. TANTE LE MOTIVAZIONI, POCHE LE RISPOSTE PREVENTIVE. POLITICA, ISTITUZIONI, VOLONTARIATO, PARTI SOCIALI, MASS-MEDIA,TUTTI DEVONO FARE LA PROPRIA PARTE.

Le galere servono a togliere la libertà, non la vita. Si torna, periodicamente, a trattare questo argomento.Di pochi giorni è la notizia della morte di un quarantenne pugliese nel carcere di Poggioreale. Ogni suicidio ha una risposta diversa. Le sintesi esplicative non funzionano per spiegare gesti di disperazione così gravi. La scelta di una persona di togliersi la vita non deve mai, da nessuno, essere strumentalizzata.

Le cifre sono allarmanti: lo scorso anno, all’interno degli istituti penitenziari campani, si sono registrati 9 suicidi, a cui vanno drammaticamente ad aggiungersi quelli di 3 di detenuti agli arresti domiciliari, 8 morti per malattie e 5 decessi di cui ancora bisogna accertare cause o eventuali negligenze. In alcuni di questi casi ci sono indagini in corso da parte della Magistratura. Quest’anno in Campania siamo arrrivati, per adesso, a sei suicidi. C’è sempre più vivido e palpabile uno stato di disagio esternato con gesti estremi. Ci sono denunce e proposte anche delle organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria.

Il carcere in cui è avvenuto il maggior numero di suicidi è stato quello di Poggioreale (3), uno ciascuno a Secondigliano, Benevento ed Aversa. Non voglio limitarmi, però, a snocciolare soltanto numeri, anche se, su 34 suicidi totali in Italia, la nostra regione vanta un buon primato negativo.Dietro una scelta suicidaria può esservi solitudine, disagio psichico, trattamento sommario con psico-farmaci, assenza di speranza, disperazione per il processo o per la condanna, abusi. Non è possibile ricondurre a una la motivazione.

La Campania conta in totale 7.660 detenuti, su una capienza massima di 6142 posti, con 380 donne e 1008 immigrati. Appena 89 educatori e 45 psicologi. Tra le cause principali dell’alto tasso di questi tragici episodi vi sono il degrado e il sovraffollamento, ma anche la mancanza di comunicazione, di ascolto e di figure sociali di riferimento, la solitudine. Sarebbe dunque forse semplificatorio dire che vi sia un nesso causale diretto con il sovraffollamento crescente. È inequivocabile, però, che più cresce il numero dei detenuti più alto è il rischio che nessun operatore si accorga della disperazione di una persona, che non abbia il tempo di prevenire il disagio. Così come il poco personale di polizia penitenziaria nei turni dalle 15 alle 8,00del giorno dopo.

Va rafforzato, a tal proposito, il sistema di prevenzione varato dal Ministero nel 2016 e, contestualmente, bisogna agire con una maggiore formazione specifica per gli agenti di polizia penitenziaria e l’area educativa, al fine di prevenire e intuire il disagio che poi porta al suicidio. Vanno rafforzate le attività trattamentali pomeridiane, con la presenza di volontari, educatori e commissari che aiutano a gestire le criticità. Direttori, comandanti ed area educative non devono giocare in difesa o sentirsi attaccati. È necessario, inoltre, il supporto di figure come psicologi, spichiatri e assistenti sociali, nonostante la cronaca recente abbia dimostrato – con i 140 suicidi sventati dalla polizia penitenziaria o dai compagni di cella negli ultimi due anni – che la solidarietà, tra le mura degli istituti, c’è e che il carcere sa essere meno Caino della società esterna. La sanità nelle carceri è regionale da dieci anni. Queste figure sociali devono essere messe in campo da loro, oltre che dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.

L’assistenza sanitaria in alcuni casi è disastrata, va rafforzata la presenza degli educatori nei reparti e nelle sezioni. Per questo chiedo a tutti, ognuno per la sua parte, di assumersi l’impegno di riflettere e intervenire.  Dal mio canto, rafforzerò gli uffici del Garante dei detenuti con esperienze di ascolto e sportelli informativi, di iniziative integrative sul piano psicologico e relazionale. Bisogna sconfiggere, insieme, l’indifferenza a questo stato di cose, coinvolgendo politici, istituzioni, volontariato e parti sociali.

Il tema della prevenzione non può essere ristretto alla riflessione e alla responsabilità solo di chi si trova a gestire in carcere, ma richiama all’impegno il mondo della cultura, dell’informazione e dell’amministrazione centrale e locale, perché la perdita di giovani vite – a un ritmo più che settimanale – sia assunta nella sua drammaticità come tema di effettiva elaborazione di una diversa attenzione alle marginalità individuali e sociali che la nostra attuale organizzazione sociale produce.

È assolutamente necessario introdurre pene principali di natura non detentiva, basandosi su esperienze  che prevedono sanzioni di carattere riparatorio. Molte volte dietro a tante storie tristi di sucidi, tentativi, forme di autolesionismo, scioperi della fame ci sono storie di detenuti che in carcere non dovevano essere: malati terminali , paraplegici, accusati del furto di una bicicletta, di resistenza a pubblico ufficiale, immigrati “catturati” in Questura dove erano andati a chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno, tossicodipendenti in preda alla disperazione che vengono denunciati dai genitori, detenuti affetti da problemi psichici.

I principi di certezza della pena e della sua funzione rieducativa possono considerarsi davvero effettivi solo se per le pene detentive nelle carceri – ma lo stesso vale per le misure cautelari – sono garantite condizioni di dignità e umanità, principi costituzionali imprescindibili internazionali. Certezza della pena che si coniuga con qualità della pena.

 

 

 

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