BABY GANG.UN NOME UNICO A COSE MOLTO DIVERSE TRA LORO. CHI SONO QUESTI MINORI, DA DOVE VENGONO E COME AIUTARLI?

Voglio dirvi alcune cose, sicuramente provvisorie e parziali, che ho capito a partire dalla mia esperienza, del fenomeno emergente delle baby gang a Napoli. Adoloscenti a metà, con un blackout cognitivo, una totale assenza di realtà, di ispirazioni valoriali, spesso con una deriva disumana e incapacità di riconoscere la risonanza emotiva dei loro gesti che fa rabbrividire. La risposta della politica è sicurezza in carcere, non la capacità di capire, organizzare risposte, prevenire. Ma una società che giudica un minore e dopo averlo giudicato lo mette in carcere è una società malata che sta giudicando se stessa e la propria malattia.

La prima cosa importante che ho capito è che diamo un nome unico a cose molte diverse tra loro, baby gang, fenomeni che non sono affatto una sola cosa, bensì  molte cose, nelle motivazioni e nei gruppi organizzati, nelle scorribande violente di tredicenni e quattordicenni che cercano qualcuno che gli sta antipatico, o qualcuno che deve essere considerato antipatico,o solo per rubargli il telefonino, e lo picchiano, gli fanno molto male e spesso lo feriscono a morte.

Innanzitutto occorre selezionarli questi minori, non fare di ogni erba un fascio: ci sono quelli che evadono l’obbligo scolastico, quelli che vivono un disagio, che vivono conflitti in famiglia, che vivono un sottosviluppo economico, un vuoto culturale, di diritti negati, di politiche deboli. Ci sono i bulli che si sentono importanti e vogliono farsi notare dalla loro “comunità”, ragazzini anche molto piccoli che commettono violenze, apparentemente anche immotivate, solo per affermare se stessi, e marcare la propria presenza sul territorio. A questi ragazzi più attori sociali possono aiutarli a percepirsi come persone in grado di mettersi in gioco, reinventarsi, ritrovarsi, senza passare al secondo livello. A questi ragazzi si possono insegnare le regole di vita, il valore ugualitario della cultura, il limite di quello che è lecito e no, la bellezza del territorio, la passione per la vita sportiva. Scuole aperte di pomeriggio, parrocchie accoglienti, educazione civica, strutture sportive, risposte educative aiutano.
Ci sono quelli che da questi contesti passano alla devianza, che vivono meccanismi di identificazione. Per un minore che cresce in una famiglia violenta, i modelli, i valori, le misure del bene e del giusto sono quelli che gli insegnano in casa e che spesso vede confermati fuori dal contesto delle mura domestiche. Questi sono pronti a trasgredire la legge nel caso in cui non la ritengono giusta. Avvertono che la camorra, la malavita è una madre severa, ma al tempo stesso premurosa. In questa fase un corso di formazione, un lavoro, un allontanamento dalla famiglia, il ritiro della potestà genitoriale,  un nuovo contesto di vita affettiva può essere un antidoto per non andare oltre.
E poi  ci sono quelli che fanno il passaggio: vedono la malavita come una sorta di “comunità, sorella”, a cui sono orgogliosi di appartenere e mitizzano le figure dei boss come eroi positivi. Passano alla microcriminalità,  sanno che devono dimostrare qualcosa di importante fino al compimento della maggiore età, vivono come un orizzonte di vita il post essere minori, fare il grande salto. Ed entrando nel carcere minorile da ventenni diventano capi paranza. Qui un intervento tempestivo è molto utile e spesso gli consente di riflettere sulla gravità del suo gesto, di riparare, di ripartire. Qui le norme stringenti sul potere di arresto sono stringenti. Qui anche il carcere può aiutare. Paradossalmente chi entra nell’istituto per minorenni incontra qui lo Stato: la legalità, la scuola, la formazione, l’affettività, il tempo libero. Certo meglio le comunità, dove ci sono oggi più di duecento minori collocati, dove si assumono le responsabilità delle proprie scelte sbagliate, dove c’è una condivisione,anche familiare, di alcuni elementi del limite. Però vanno potenziate sia in termini di personale qualificato che di attività.

Una cosa in comune hanno questi adolescenti. Riguarda il fatto che vi siano aree territoriali, metropolitane, gravemente abbandonate da decenni a mancato sviluppo, povertà multi-fattoriale, mancanza di continutià delle politiche sociali ed educative. In questi contesti gruppi di preadolescenti in condizioni iper-marginali e di debolezza familiare, possono deragliare in modo estremo e terribile. Certo la povertà e l’emarginazione non possono essere alibi, ma sono un condizionamento forte che insieme ad altri fattori può muovere le cose verso il peggio. In questi quartieri la malavita può essere una risposta sociale, che propone altri modelli e delle vie d’uscita. Non è automatico, per fortuna, questo passaggio.

Ecco allora la responsabilità generale di più attori,soprattutto della politica, ecco la prevenzione, oltre ogni limite, ecco le risorse da impiegare per abbattere povertà e diseguaglianze, ecco l’impiego di docenti ed operatori di strada, di volontari e parrocchie, per “raccattare” e raggiungere questi adolescenti a metà per proporgli un’altra avventura possibile, oltre ogni limite, per recuperare un senso di sè, un tempo,fuori dal loro ambiente. Quando parlo di responsabilità penso a quella dei genitori facendoli diventare resposabili dei figli e di un territorio unito contro il rischio di disagio e devianza.

Per creare,in rete e insieme, un futuro di responsabilità e fare comunità.

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