BASTA CON L’USO POPULISTICO DELLA GIUSTIZIA PENALE E DEL CARCERE. LA PRESCRIZIONE NON PUO ESSERE LA PANACEA:NESSUNO HA DEL TUTTO RAGIONE O TORTO!

Il dossier prescrizione, nel confronto nel Governo, è quello più scivoloso, certo ci sono altri temi si sa che dividono l’attuale maggioranza.. Ma il tema della Giustizia giusta, della certezza della pena e della qualità della pena, del garantismo più in generale non è e non può essere una questione di stabilità di un Governo con visioni su questi temi diametralmente opposte.

La riforma della prescrizione (una delle cause dell’estinzione del reato che si attiva con il decorso di un lasso di tempo stabilito per legge, senza che intervenga la pronuncia della sentenza di condanna, ndr) entrata in vigore il 1° gennaio scorso e firmata dal ministro della giustizia grillino Alfonso Bonafede, ha portato novità fonti di polemiche tra le forze politiche e tra gli avvocati penalisti ed addetti ai lavori. Prescrizione, siamo al paradosso:nessuno ha del tutto ragione o torto. La norma ‘Bonafede’ prevede il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Secondo il ministro, la sospensione serve a evitare di lasciare impuniti i colpevoli di reato. Il testo era stato approvato lo scorso anno durante il governo Conte I,(maggioranza Di Maio-Salvini) all’interno del disegno di legge anticorruzione, lo ‘Spazzacorrotti’, fortemente voluto dal M5s, che tuttavia ha creato malumori non solo, come si diceva, tra gli avvocati penalisti, ma anche tra le fila di molti magistrati in capo ai quali la riforma prevede sanzioni disciplinari per chi non rispetta la ragionevole durata del processo.In realtà sospendere la prescrizione non risolve una sola delle ragioni per cui viene invocata: non smaltirà l’arretrato perché si continuerà a perseguire la strada dei tre gradi di giudizio, sul presupposto che tra una condanna oggi e una tra 20 anni è preferibile quella futura. Perché, intendiamoci, ciò che fa la differenza con i sistemi americani è la discrepanza enorme tra una condanna su patteggiamento e una condanna che viene comminata nei processi (a parte il costo stratosferico di avvocati, che per chi non ha soldi è una condanna ulteriore).

Il confronto parlamentare dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario era importante: dopo aver ascoltato analisi e riflessioni che potevano far cambiare agenda e prospettive all’azione di governo e ai lavori parlamentari, a partire dalla soluzione della stortura generata dal processo infinito, vero e proprio abuso contro i diritti degli imputati e le norme costituzionali e sovranazionali che li proteggono.  I Garanti regionali dei detenuti si sono augurati questo confronto vero e serrato, che non c’è stato. Le  difficoltà della giustizia italiana, i rischi di politiche scriteriate, gli effetti che esse comportano nel delicato sistema dell’esecuzione penale, il  sovraccarico di misure detentive impossibili da eseguire in condizioni di dignità e sicurezza, per i detenuti e per gli operatori, la mancanza di magistrati, di cancellieri e personale, non sono dentro una discussione seria della politica e degli addetti ai lavori. La panacea sembra la Prescrizione. E il Governo non cambia linea sulle carceri e sul populismo penale. Nessuno torna sui temi messi in campo dagli Stati Generali e i relativi decreti.

Si discute molto, negli ultimi tempi, sull’uso populistico della giustizia penale e del carcere, quali armi contro i nemici sociali. Pratica che viene incontro alla nuova enfasi sulla centralità della pena carceraria come sola sanzione e la sua certezza. I tradizionali aspetti del populismo penale, la fabbrica della paura, la strumentalizzazione del tendenziale colpevolismo dell’opinione pubblica e il paradigma del diritto penale del nemico, sono enormemente aggravati dalla loro  perfetta funzionalità agli attuali populismi politici. In coerenza il carcere è sempre più declinato in versione “dura” e “chiusa” con contorno di lavoro obbligatorio e salvifico. Insomma il carcere è agitato come una “clava” certa contro i socialmente indesiderati ( migranti, rom  e consumatori di sostanze); dall’altra vacilla la “certezza” del principio Costituzionale di uguaglianza di fronte alla legge, del carcere umano e rieducativo. Possono fare molto, molto di più i magistrati di sorveglianza. Il magistrato di sorveglianza è un giudice terzo, non un ulteriore pubblico ministero. Deve avere non solo la conoscenza del processo intero, ma del percorso umano e sociale del detenuto, anche di quello familiare. Però i numeri della sofferenza degli uffici dei tribunali di Sorveglianza sono impressionanti:mancanza di personale amministrativo, ma il Ministro della Giustizia non interviene. E contestualmente aumenta il carico di lavoro, con 17mila procedure  in più davanti al tribunale e 39mila  per il solo ufficio di Sorveglianza di Napoli. E così rischia di andare in ginocchio  un settore strategico per la giustizia penale, per le pene alternative al carcere.

Ripartiamo da qui, dal carcere, dal vigilare sulla legalità delle condizioni di vita nelle carceri, dalle misure alternative alla detenzione. Spesso si entra in carcere perchè si è commesso un reato e si esce dopo aver subito un reato di malasanità o malgiustizia.  Più che solo la disobbedienza civile contro leggi ingiuste e decreti crudeli e stupidamente criminogeni, occorre una obbedienza Costituzionale.

Non possiamo mollare.

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