DILAGA LA POVERTA’ IN ITALIA.UN ITALIANO SU QUATTRO A RISCHIO.AVANZANO MISERIA E DISEGUAGLIANZE..

Arrivano i dati ISTAT che stimano in 17 milioni e 469 mila le persone a rischio povertà ed esclusione sociale.Ci vorrebbero campagne di “ascolto” dei politici, dei sindacati, delle forze sociali ed economiche. Ci vorrebbe meno populismo e demagogia. C’è  bisogno di un cambio di rotta.Maggioranza ed opposizione devono intercettare il disagio e combattere le povertà.

La povertà è molto democratica e distribuisce in maniera assolutamente uguale la miseria. Una sola nota: ora predilige i giovani e i giovanissimi e lascia un po’ da parte gli anziani. La disperazione allunga i suoi tentacoli e arriva a colpire l’altra faccia della medaglia della vita, la generazione dei giovani nati negli anni ‘80 e ‘90, chi oggi ha tra i 20 e i 35 anni, l’età più produttiva nell’arco della vita; quella in cui si studia o si lavora offrendo le migliori capacità alla società che li ha formati.
      

Il problema della povertà sta sempre di più dilagando in Italia. Nel 2015 sono 17 milioni e mezzo di persone sulla soglia della miseria. Nello specifico oltre uno su quattro, il 28,7% delle persone residenti in Italia, nel 2015 è “a rischio di povertà o esclusione sociale”. Lo stima l’ISTAT. Si tratta di una quota, scrive l’Istituto, “sostanzialmente stabile rispetto al 2014 (era al 28,3%)”. Il risultato è sintesi di “un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e del calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (dal 12,1% a 11,7%)”. Resta invariata la stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%)”. Nel 2015 in termini assoluti l’ISTAT stima in 17 milioni 469 mila le persone a rischio. Numeri che vedono gli obiettivi prefissati dalla strategia europea 2020 “ancora lontani”. Entro il 2020, infatti, l’Italia dovrebbe ridurre gli individui a rischio sotto la soglia dei 12 milioni 882 mila. Quasi 1 su 2 ovvero quasi la metà dei residenti nel Mezzogiorno risulta a rischio povertà. Al centro invece la soglia si ferma al 24%. Al nord al 17,4%. “I livelli sono superiori alla media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno, con valori più elevati in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%).Se invece si valuta la disuguaglianza attraverso il confronto diretto dei redditi, il 20% più ricco delle famiglie italiane percepisce il 39,3% dei redditi totali, mentre il 20% più povero ne percepisce il 6,7%. Una situazione che si è aggravata negli anni della crisi: nel periodo 2009-2014 la contrazione di reddito in termini reali è stata molto più forte per le famiglie del primo quinto, quello con i redditi più bassi, il cui reddito equivalente medio, inclusivo degli affitti figurativi, è diminuito del 13%, a fronte di una riduzione media del 9,0%.

Ma cosa significa essere “a rischio di povertà e di esclusione sociale”?

Ci si trova in questa situazione quando si sperimenta almeno una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro. Si trovano invece in condizione di grave deprivazione le persone che presentano almeno quattro segnali di deprivazione materiale sui nove. Sono, in dettaglio,  essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;non poter sostenere spese impreviste di 800 euro;non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano; non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa; non potersi permettere un televisore a colori; non potersi permettere una lavatrice; non potersi permettere un’automobile; non potersi permettere un telefono.

Diseguaglianze?Ma non si dovrebbe parlare di uguaglianza?

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