DON GIUSEPPE DIANA, SENTINELLA E PROFETA, PER AMORE DEL SUO POPOLO. FARE MEMORIA PER LA LOTTA CONTRO LE CAMORRE.

Le nostre Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.» Ecco l’appello del documento “Per amore del mio popolo non tacerò”, promosso da don Giuseppe Diana e da altri parroci della Forania di Casal di Principe.
Don Giuseppe Diana è stato ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sacrestia della chiesa di cui era parroco, a Casal di Principe. Il giorno del suo onomastico. Vengono in mente don Puglisi e Oscar Romero,sentinelle e profeti come lui, morti per aver voluto compiere fino in fondo la loro missione, contrastando con la logica dell’amore e della ragione, la violenza di chi impone un modo di vita che imbarbarisce la società umana.
Sono trascorsi  quasi 30 anni anni dalla pubblicazione del documento“per amore del mio popolo” che don Peppe Diana e i confratelli sacerdoti della Forania di Casal di Principe(otto parroci) vollero consegnare alla popolazione e alle persone di buona volontà. Era il 25 dicembre, Natale del 1991. Trentanni anni dopo ancora non si deve tacere,in nome di un popolo che vuole risorgere, dalla tirannia della camorra.
 E’ bene che si rinnovi questo appello perchè la terra nostra sta sempre in prima pagina. E’ importante perchè tutti, e soprattutto i giovani, hanno bisogno di ricordare don Peppe e quello che fecero con semplicità ma con determinazione lui e suoi confratelli sacerdoti.
Ecco alcuni passaggi importanti del documento.

«Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra

La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche

È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Questi sacerdoti, mandati come agnelli in mezzo ai lupi, in luoghi dove c’erano corrotti e collusi con la camorra anche tra uomini dello Stato, hanno seminato tanti fiori che portano avanti quelle idee e quella battaglia, quel grido e quel bisogno di liberazione. In quel documento don Peppe non si limita a denunciare il male e le omissioni, ma mette in luce le radici e le possibili vie di guarigione con una forza e con una sorprendente lucità che ritroviamo oggi nelle parole di papa Francesco.

Un messaggio che deve diventare monito, una meditazione che deve diventare azione, a sporcarsi le mani, a non guardare dall’altra parte. “Bisogna risalire sui tetti per riannunciare parole di vita”, amava ripetere don Peppe. E allora trasformiamo il dolore per le morti innocenti in speranza ed impegno.

A distanza di anni quelle preoccupazioni ci interpellano profondamente, anche se le guardiamo con occhi diversi, con lo sguardo di chi vigila, vede l’ingiustizia e la denuncia,con la ragione di chi ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo che avanza, che fa della giustizia la via prioritaria da seguire per giungere alla libertà.

Ricordare quel documento non è un atto ripetitivo, ma è fare memoria, per narrare, da una generazione all’altra,il senso di una storia fatta di soprusi e violenze,ma anche di resistenza e di liberazione.  Ricordare don Peppe significa ricordarlo nella sua profonda umanità. Girava per il paese in jeans e non in tonaca come era accaduto sino ad allora ai preti che si portavano addosso un’autorità cupa come l’abito talare.

Fumava anche il sigaro ogni tanto in pubblico, altrove poteva sembrare un gesto innocuo. In questi giorni lo  ricordano tutti, dagli operatori di pace ai cappellani penitenziari, dai giovani di Libera ai cospiratori della speranza. Lo voglio fare pure io per quei pochi incontri avuti con lui presso la Facoltà teologica di Posillipo nella mia qualità di Presidente del Comitato studentesco.

Sapendo anche che le  crisi per le liberazioni che non portano i frutti che vorremmo sono tipiche di ogni avventura umana vera. Però, noi credenti, sappiamo che il fiore della salvezza sboccia nel letame del male.
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