EGLI DOVEVA RESUSCITARE DAI MORTI. SENTIERI DI RIFLESSIONE SULLA PASQUA

Resurrezione del Signore / C / Gv 20,1-9
Per i cristiani la domenica di Pasqua è il giorno più importante dell’anno. Essi ricordano l’avvenimento determinante della loro esistenza:la Resurrezione di Gesù Cristo. Il Risuscitato ci dice che la morte, il fallimento, la distruzione, di cui tutti facciamo esperienza, non è o non ha l’ultima parola di quanto esiste. Ci sono la forza della vita, la pienezza della vita, la speranza di un’esistenza che saziano i nostri aneliti e desideri di felicità. Nulla di tutto ciò è evidente. Si sa,si attende e si rende possibile solo grazie alla fede. Poiché crediamo nel Signore della vita, crediamo anche che la morte non è la fine, ma il momento della trasformazione di una modalità di esistenza, limitata e carica di sofferenze, ad un’altra modalità di esistenza che soddisfa ogni possibile desiderio e ogni illusione, per quanto immaginaria ci possa sembrare. Ma la cosa più grande della domenica di Pasqua non è il vantaggio che attendiamo e vogliamo per noi, ma qualcosa di previo a tutto ciò:l’esaltazione dello stesso Gesù. La risurrezione non è consistita nel fatto che Gesù “è ritornato” a questa vita. Sarebbe semplicemente “rivivere” per poi “ri-morire”. La risurrezione di Gesù ci dice che l’umile contadino/carpentiere di Galilea “fu costituito Figlio con potenza, mediante la risurrezione dai morti”(Rom.1,4). Gesù, che è stato l’immagine di Dio sulla terra(Col 1,15), raggiunge la pienezza di Dio in questo giorno. Per questo il Signore Gesù è la pienezza di tutte le nostre migliori illusioni. Non basta accontentarsi di questi pensieri che sintetizzano, a livello concettuale, la realtà della Risurrezione, occorre entrare nella stanza del vangelo di Giovanni per cogliere, almeno, alcuni tratti della catechesi sul cammino che fanno gli apostoli per giungere alla comprensione della risurrezione. La loro delusione e titubanza e il loro approdo alla certezza che Gesù è risorto, sono anche lo schema del nostro cammino di fede. La nostra fede non è immediata e diretta, ma è mediata dalla fede e dalla testimonianza degli apostoli, che hanno visto, toccato, ascoltato e mangiato con Gesù. Più andiamo avanti e scopriamo il cuore del vangelo, più ci accorgiamo che essi non soffrono di allucinazioni, ma sono umani:entusiasti, deboli, vigliacchi, traditori, ma profondamente innamorati di una persona:Gesù.
“Maria di Magdala ,di buon mattino, si recò al sepolcro … “:Giovanni non dice per quale motivo va al sepolcro, ma dice due cose contraddittorie:”si recò al sepolcro di mattino”e ”quando era ancora buio”. In Gv nulla è casuale, quindi le due espressioni hanno un senso che bisogna scoprire scendendo nel significato di ogni parola. Con “di mattino” l’autore si riferisce alla risurrezione di Gesù, evento nuovo che dà inizio alla nuova creazione, paragonato all’inizio di un nuovo giorno. Con “quando era ancora buio” Gv vuol dire che “il principio” della nuova creazione non è ancora creduto, accolto dall’umanità, rappresentata da Maddalena che cerca ancora un morto, essendo incapace di uscire dalla logica di morte. Quando scopre il sepolcro vuoto si ostina a voler sapere dove hanno posto il cadavere. Per Giovanni l’ora del Risorto è quella della morte e quella della Vita, data da Gesù per sempre nel momento in cui muore:”Chinato il capo, consegnò lo Spirito”(19,30). Gesù è come Dio che creando Adamo,”soffiò nelle sue narici un alito di vita”(Gn20,1). Gesù ricrea l’umanità, rappresentata da una donna (la Madre) e da un uomo (il discepolo amico) che ricevono il suo Spirito. Questi primi versetti sono un’allusione anche alla sposa del Cantico dei Cantici che cerca l’amato dell’anima lungo la notte, ma non lo trova (Ct 3,1). Maria di Magdala è il simbolo della comunità-sposa che è orfana dello sposo e non sa dove andare, perché priva dell’amore che è il fondamento della vita. Pertanto è arida, schiacciata dalla morte, lo cerca nella notte e non è in grado di vedere il mattino. Va al sepolcro non per cercare Gesù, ma a compiere il lamento rituale sul cadavere che si deve fare entro tre giorni.
“Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello di cui Gesù era amico”: Maria turbata va prima da Pietro e poi dall’altro discepolo a portare l’annuncio che Gesù è veramente morto: anche il suo corpo è scomparso. La corsa di Maria è il segno della dispersione che Gesù aveva prefigurato: ”vi disperderete e mi lascerete solo”(Gv 16,32). Non importa chi dei discepoli è nominato per prima, quanto l’appellativo di amico, dato al secondo. Questo sta a dire che l’amicizia è la condizione ordinaria del discepolo, disposto a dare la vita (Gv 15,13-15). Si è discepoli se si è disposti a sperimentare l’amore senza calcolo, fino alla fine (cfr. Gc13,23). I discepoli si muovono: Pietro è lento, l’altro è più veloce. Pietro rappresenta l’istituzione che non solo è più lenta fino a rischiare di rallentare il cammino della comunità, ma è più rassegnata alla morte. L’altro, invece, corre perché in lui c’è l’ansia dell’amico, che vorrebbe svegliare l’amico morto anche con il solo desiderio. L’altro discepolo ha il cuore che arde e non può aspettare i tempi della struttura istituzionale. Non si ama a comando, si ama e basta, quando il cuore brucia. E’ l’esperienza della Chiesa e di ogni comunità (compresa la famiglia), che per natura tendono a livellare tutti allo stesso piano, allo stesso passo. Spesso la Chiesa-Istituzione e le comunità sono strumenti di morte e non di vita perché uccidono la parte migliore dell’ardore e dell’amore passionale dei figli per imporre loro la mediocrità del banale e/o per timore di essere sorpassati.
“Vide i teli ancora là e il sudario avvolto in un luogo a parte.”: i teli pur non avvolgendo Gesù, come nel caso di Lazzaro, sono al loro posto e non sono afflosciati; mentre il sudario che si poneva sul capo del defunto, simbolo della morte, era piegato a parte. Il contesto di questa descrizione è quello nuziale, perché i teli sono lenzuola che richiamano “la veste di lino della sposa prostituta” che il profeta Osea, per ordine di Dio, deve ricondurre all’interno dell’alleanza nuziale (Os.2,7.11). Quindi Gesù è avvolto nella veste nuziale profumata dell’alleanza e deposto nel sepolcro nuovo, incontaminato. Le nozze dell’Agnello sono pronte e la morte non ha potere sull’amore (Ap 19,7). Il sudario, simbolo della morte, piegato con cura e distante da Gesù, significa che la morte si è spostata dal sepolcro di Gesù e si è trasferita nel Tempio. Al tempo di Gesù il “Luogo”era il termine con cui si indicava sia la Persona di Dio (YHWH –impronunciabile per rispetto), sia il Tempio di pietra, dimora di Dio. In questo caso Giovanni si riferisce alla seconda interpretazione e ci dice che il Tempio è avviluppato nella morte:la sua funzione è finita per sempre. Paradossalmente, la morte di Gesù diventa la morte della religione ufficiale che non sa cogliere la novità dell’evento, ma si ripiega su sé stessa per sopravvivere nella morte dei riti, e la nascita di una nuova umanità che appartiene già al Regno di Dio che deve ancora venire.
“Giunse anche Simon Pietro; Entrò anche l’altro discepolo, vide e cominciò a credere.”:il discepolo che corre arriva prima al sepolcro perché spinto dall’amore, ma non entra, si limita a constatare che il suo cuore non s’ingannava, perciò cominciò a credere: la fede infatti comincia dall’esperienza della visione, cioè da una relazione affettiva. Aspetta Simon Pietro perché è compito dell’autorità confermare nella fede, rafforzarla e garantirla. Compito del discepolo è correre con entusiasmo, arrivare primo, ma poi deve fermarsi per essere sicuro di non aver corso invano (cfr. Gal 2,2). Il problema si pone quando l’autorità si arroga il diritto non solo di convalidare, ma anche di impedire al discepolo più generoso di arrivare prima. L’istituzione di per sé è conservatrice, lenta, tanto prudente da uccidere la profezia.
“Non avevano compreso ancora la Scrittura.”: sono quasi le stesse parole rivolte ai discepoli di Emmaus dal viandante sconosciuto:”Stolti e tardi di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti” (Lc 24,25). La conoscenza delle Scritture, la comprensione di Gesù è la condizione previa per qualsiasi cammino di fede. Il cristianesimo non è una dottrina, una morale o ideale di vita: esso è solo una Persona che si fa conoscere, amare e vivere. Se non c’è conoscenza, non c’è relazione. “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”. Il giorno di Pasqua dunque ci dà il messaggio che tutti possiamo risorgere se siamo in grado di leggere i segni della storia. Questa è il nuovo tempio laico dove Dio incontra l’umanità per celebrare un incontro d’amore e di vita(come tra due innamorati). La Chiesa deve prendere coscienza di essere uno strumento e non un fine; per cui deve aver cura non di proporre se stessa, ma di guidare gli uomini all’incontro con il Signore. Diversamente sarà una struttura affascinante, ma anche prigione e non segno di salvezza e della bellezza di Dio.

Auguro a tutti Buona Pasqua della Vita.

 

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