Einstein, «L’ uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e distruggere»

Sono passati 82 anni da quando Albert Einstein ricevette la proposta dalla Società delle Nazioni, e più specificamente dall’“Istituto internazionale di cooperazione intellettuale”, di invitare una persona di suo gradimento per uno scambio di opinioni su un argomento qualsiasi da lui scelto. Il fisico tedesco decise, non a caso, di inviare una lettera a Sigmund Freud per discorrere della più urgente delle questioni che si ponevano all’ umanità in quegli anni: la fatalità della guerra.

In quel celeberrimo scambio epistolare,  i due massimi teorici della relatività del ‘900, rispettivamente in ambito scientifico e psichico, si ritrovarono a dibattere sul tema che più di tutti incarnava nella sfera pratica quella relatività che entrambi avevano irreprensibilmente formulato nei propri studi.

Einstein riconobbe che «l’ uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e distruggere» e si chiedeva se esistesse un modo per debellare la minaccia della violenza collettiva. La prolissa risposta di Freud si concluse con una speranza più che con una soluzione: «tutto ciò che promuove l’ evoluzione civile lavora anche contro la guerra».

A distanza di quasi un secolo,  l’ evoluzione civile non ha tenuto il passo con quella tecnica e scientifica; attualmente nel mondo ci sono 61 Stati in conflitto per  un totale di 541 gruppi miliziani e separatisti coinvolti e le cifre peggiori riguardano il continente africano.

La memoria dell’Olocausto più che riempire il palinsesto Tv a fine gennaio, dovrebbe servire da input per un atteggiamento nuovo e propositivo. Se nel mondo continuano a morire cristiani, islamici, asiatici, europei, africani, allora significa che la nostra memoria forse esiste ancora ma è sterile. Basterebbe un clic su internet per fare un po’ il conto di quante vittime quotidianamente si aggiungono ai 6 milioni del secondo conflitto mondiale e chiederci se stiamo ricordando nel modo giusto o dovremmo cominciare a pretendere da noi stessi un ricordo che si trasformi in azione invece che mera celebrazione.

Forse la preoccupazione di Einstein era quella che la scienza potesse offrire nuovi modi all’ umanità per autodistruggersi ma l’ uomo sarebbe stato in gradi di trovarne altrettanti anche senza il progresso tecnico perché la violenza non nasce dalle opportunità anche se in esse si manifesta. La relatività, o più precisamente la precarietà dell’ esistenza che si manifesta tanto magistralmente nella guerra, ha scavalcato il secolo ed è ancora presente.

La memoria deve onorare il passato ma soprattutto salvare il futuro, quindi, ricordiamo, ma ricordiamo con giudizio.

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