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FABRIZIO BARCA:”CHE AGENDA MINIMA E CHE PARTITO SERVE AL PD.”

di Fabrizio Barca

Per evitare che si insinui autoritarismo e un disegno di destra non basta (anche se è indispensabile) bloccare l’implosione del Partito DemocraticoPer evitare che la crisi sociale e culturale del paese e le angosce e pulsioni che ne discendono sfocino in una domanda di autoritarismo e favoriscano presto un disegno di destra non basta (anche se è indispensabile) bloccare l’implosione del Partito Democratico con un immediato intervento sulla sua organizzazione, come ho appena proposto. E’ anche indispensabile un sussulto nella diagnosi e nelle proposte della “sinistra”, ovunque essa sia: nei partiti, nelle associazioni, nei movimenti, nelle nuove forme della militanza, soprattutto giovanile.

Un sussulto che, pur nella frammentazione e nella diversità dei percorsi, ed evitando saggiamente ogni forzata ricucitura, ridia a tutti la fiducia di esser parte di un processo di ricerca-azione, difficile ma concettualmente fondato e operativo. A chi mi riferisco con “sinistra”? A tutti coloro che ritengono l’articolo 3 il punto più alto della nostra Costituzione, laddove stabilisce che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In queste parole, eterodosse e moderne, punto di incontro delle culture liberal-azionista, social-comunista e cristianosociale che ancora innervano il Paese, c’è un’indicazione secca sulla missione principale non solo dello Stato ma della Repubblica intera – del privato, del sociale, del pubblico. È la missione dell’inclusione o dell’avanzamento sociale. Compiere ogni sforzo possibile per mettere cittadini e lavoratori nella condizione di vivere la vita che è nello loro corde vivere. Proprio ciò che moltissimi sentono mancare.

A questa fondamentale discriminante potrei aggiungere che essere di sinistra vuol dire anche essere convinti che il capitalismo produce innovazione, avanzamento sociale e persino tutela dell’ecosistema, solo se esso viene continuamente incalzato con la necessaria ruvidezza da cittadini e lavoratori organizzati: la risoluzione delle separazioni del capitalismo (fra lavoro e capitale, controllo e proprietà del capitale, persona e consumatore) a favore dell’avanzamento sociale richiede conflitto. Altri preferiranno una diversa declinazione. Qui basta il riferimento all’articolo 3. Basta per riconoscere che di sinistre ne esistono tante, organizzate (all’interno del Pd e di altri corpi intermedi, tradizionali e nuovi), meno organizzate o del tutto informali (all’interno di forme nuove di militanza, di cittadinanza attiva, di antagonismo).

Se a questo punto chi legge sente l’urgenza di negare la natura di “sinistra” ad alcune delle forze richiamate –magari al Pd, per fare un esempio a caso – è proprio a lei o lui che ancor più degli altri mi rivolgo.

Parliamoci chiaro. Nessuna forza, corrente, associazione, gruppo, militante, intellettuale, leader ha oggi una strategia adeguata per rilanciare una battaglia di avanzamento sociale come quella richiesta dall’articolo 3. Non deve sorprendere. In tutto il mondo, di fronte alle sfide della globalizzazione, dell’urbanizzazione, della tenuta ambientale e delle migrazioni e di fronte all’ansia che queste sfide inducono nel lavoro subordinato, nel piccolo ceto medio, negli abitanti delle aree rurali, nei giovani, la sinistra è in grande difficoltà. E non ha ancora trovato la “misura giusta” fra il recupero di un ruolo di garanzia universale da parte dello Stato, la cura e la valorizzazione delle diversità, l’apertura al nuovo mondo della cittadinanza attiva, l’impiego della tecnologia dell’informazione.

Le difficoltà per la sinistra sono rese particolarmente gravi in Italia dall’arcaicità dello Stato, dall’arresto prolungato di ogni confronto culturale e di massa sulla società possibile di domani, dal sentimento di milioni di cittadini del Sud che avvertono l’incredulità del resto del paese nelle loro possibilità di cambiamento e la trasformano in alibi per non cambiare. Detto tutto ciò, anche in Italia frammenti di una strategia possibile sono stati costruiti, recuperati, praticati da ognuna delle diverse sinistre. Non è matura, non è certo matura, una loro composizione. Le differenze di impostazione sono forti. Ma molti pezzi esistono. E sono riconducibili a militanti “o s curi”, a grandi e piccole organizzazioni, a leader riconosciuti. Ecco alcuni esempi. La salvaguardia di una capacità organizzata del lavoro subordinato che abbracci le nuove forme di sfruttamento degli pseudo lavoratori autonomi, perseguita da Susanna Camusso e dalla Cgil. La rottura della separazione di ruoli nel welfare fra pubblico, privato e sociale, praticata e concettualizzata da moltissime associazioni, anche nel Sud, che “mettono in opera diritti, si prendono cura di beni comuni o sostengono soggetti in condizioni di debolezza” (come interpreta Giovanni Moro). La ricerca di forme nuove di accesso e uso della terra da parte di gruppi di “militanti agricoli”. L’intransigente difesa del dovere di asilo e di accoglienza dei migranti e dei loro diritti fondamentali, perseguita da Matteo Renzi e praticata da molti amministratori di sinistra, come Giusi Nicolini a Lampedusa o Enrico Rossi a Prato.

La costruzione di spazi liberi per la creatività giovanile, realizzata con soluzioni di avanguardia da Nichi Vendola e Nicola Fratoianni in Puglia e ora affidata a Michele Emiliano. L’apertura di partiti e Amministrazioni alle nuove forme di cittadinanza e di sperimentalismo, perseguita da Pippo Civati, da Giuliano Pisapia e da molti altri sindaci, da tanti “mili – tanti della pubblica amministrazione” senza un volto noto, oltre che da chi scrive. L’obiettivo di nuove politiche contro la disuguaglianza e l’imperativo di costruire il pilastro politico e sociale dell’Unione Europea, declinati in modo diverso da Gianni Cuperlo e Stefano Fassina. La ricerca all’interno della galassia del Movimento 5 Stelle di una strada sostenibile per assicurare a tutti un “reddito minimo”. L’idea di costruire un ponte fra fabbrica e organizzazioni dell’impegno sociale, di Maurizio Landini. La tutela dei diritti delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, disegnata e ottenuta da Monica Cirinnà. Sono esempi delle “sinistre”, di azioni compiute o progetti coltivati avendo ben fermi in testa i principi dell’articolo 3. Ma queste azioni e progetti e altri ancora non si parlano. Anzi si disconoscono reciprocamente, proprio per l’assenza di un impianto condiviso di lettura della società e della fase storica che attraversiamo. E ciò impedisce a quelle sinistre di convincere. Le indebolisce, le rende autoreferenziali, le cristallizza. Favorisce dentro ognuna di esse – ognuna! – l’emergere di meschini interessi particolari. Ed è respingente per centinaia di migliaia di giovani che, lontani dalle diatribe che dividono leader e organizzazioni, vedono gli elementi comuni e trovano assurde e suicide le “fucilate te ad alzo zero” che essi si scambiano. Sia ben chiaro. Questi frammenti non si possono ricomporre con facilità. Per farlo ci vuole una lettura empirica e concettuale condivisa della società e del blocco di interessi e di valori che la sinistra potrebbe ricostruire: ne siamo lontani. Né tantomeno ha senso immaginare che attorno a un reciproco riconoscimento sorga un patto per presentarsi agli elettori, una sorta di rassemblement di sinistra.

Ci si è già provato, senza buoni esiti. Non è maturo. Apparirebbe e sarebbe una mossa tattica, che si scioglierebbe al primo sole. È invece possibile che tutte le sinistre costruiscano uno spazio entro il quale confrontare i propri “cavalli di b a t t a g l i a” (oltre alle proprie incomplete “letture del mondo”) per ricercare un minimo comune multiplo: tre temi per i quali condividere missione, alcuni obiettivi e alcuni strumenti, dei quali fare un punto di convergenza per lotte di giustizia. Che si stia nel governo o all’opposizione, nei palazzi istituzionali o sul campo. Darebbe il senso concreto che in realtà un pensiero di sinistra è possibile e non minoritario. Riavvicinerebbe molti giovani, stufi delle baruffe fra leader e sigle. Creerebbe uno spazio protetto di rispetto reciproco fra leader e fra militanti, liberi, al di fuori di esso, di mantenere la propria autonomia e i propri disegni, ma senza mettere a repentaglio i pochi obiettivi condivisi.

Chi deve creare questo spazio? E in cosa consisterebbe all’inizio? Non sta a nessuno in particolare di prendere l’iniziativa, ma a tutti. Le figure con responsabilità associative che ritengano utile questo passo e che trovino il coraggio per compierlo potrebbero dirsi pronti e mettersi al lavoro. Senza reciproche esclusioni preventive. Il resto è chiaro. Si incontrano in un luogo neutro, scelgono una prima lista di temi possibili, ne affidano l’approfondi – mento a “esploratori”affidabili, che producono materiali. Sulla base di questi materiali decidono i tre-quattro punti sui quali si intravede una possibilità di convergenza. A questo punto convocano (tutti assieme) una “Tre giorni” che produce tante (brevi) note quanti sono i temi sopravvissuti al confronto (che sarà acceso, possiamo starne certi, ma che dovrà anche essere informato, aperto e ragionevole). Su quei testi matura la decisione politica di adesione ad una Agenda Minima, che non è un “Programma”, perché non verrà presentata in alcuna scadenza elettorale, ma è il minimo comune multiplo di percorsi diversi. Ognuno, ogni forza, riprenderà il mattino dopo la propria strada. Il “solo” impegno comune sarà che, da qualunque posizione, istituzionale o di movimento, di governo o di opposizione, e in qualunque foro e spazio del paese, quegli obiettivi minimi condivisi saranno perseguiti. Non è molto. È moltissimo.

Quotidiano l’Unità 18-12-2016

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