GAETANO DI VAIO RIENTRA IN CARCERE COME REGISTA. CON LUI SI CHIUDE IL PROGETTO “FILMTHERAPY” A POGGIOREALE

Gaetano Di Vaio le ferite inflitte dalle sbarre  le conosce bene. Le porta, nonostante il tempo, ancora tutte addosso e te ne accorgi quando, mentre  varca la soglia della porta del carcere di Poggioreale, proprio li, dove 20 anni prima è entrato per restarci 9 anni lunghi anni, trattiene il respiro quasi come se volesse da solo farsi forza.

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Oggi, dopo un percorso di delinquenza, lasciato in un’altra vita,  è un uomo che racconta il suo riscatto, la costruzione di un cammino nuovo, nato dalle macerie della disperazione. Gaetano DI Vaio, le cicatrici della sua sofferenza e del suo percorso travagliato le ha trasformate in medaglie, ed è la prova, senza troppa retorica, che nella vita ognuno può diventare quello che sceglie di essere.  Così, dopo “un momento di esitazione”- come dichiara- decide di (ri)mettersi in gioco, rientrando nel carcere di Poggioreale, ma stavolta ad attenderlo non è una cella, ma una stanza gremita di detenuti dei padiglioni Livorno e Firenze pronti ad incontrare l’attore, regista, testimone di un grande cambiamento.

Di Vaio ha infatti partecipato all’ ultimo incontro del ciclo “FilmTherapy” promosso dall’associazione “La Mansarda”, presieduta da Samuele Ciambriello. Un progetto, che dopo mesi intensi di attività è arrivato alla fine, con la proiezione del docufilm “Largo Baracche”, un documentario del regista basato sulla vita di 7 ragazzi dei Quartieri Spagnoli. «Stanotte non ho dormito-afferma Di Vaio– sono stato abbastanza agitato perché sapevo di rispolverare, rivivere quello che è stato, ma ho voluto esorcizzare in qualche modo. Sarebbe stato più facile per me declinare l’invito. Sono ritornato sul luogo della sofferenza per affrontarla».

«Il film “Largo baracche”-continua- arriva quando i giovani di cui parlo sono sostanzialmente ad un bivio nel loro  percorso di vita. Credo che se non avessero  incontrato questo progetto alcuni di loro si sarebbero persi del tutto».

L’iniziativa  che ha coinvolto circa 20 detenuti  si inserisce in un’ampia progettualità che “La Mansarda”, da anni impegnata sul territorio, porta avanti con successo e feedback positivi, all’interno delle realtà carcerarie napoletane. «La mission- dichiara il Presidente Samuele Ciambriello– è coinvolgere attivamente i detenuti a smuovere i propri animi ed alleviare i propri disagi, prendendo coscienza della propria condizione. Tentiamo di offrire loro un’occasione per facilitare la comprensione del sé, spingendoli a relazionarsi l’uno all’altro, facilitando, attraverso la proiezione la comunicazione individuale e di gruppo che induce al cambiamento partecipato. Proponiamo un confronto terapeutico-creativo anche attraverso tavoli di discussione gestiti dalle operatrici».

Presente all’evento anche il Direttore del carcere Antonio Fullone, che ha espresso gratitudine per il lavoro profuso: «Ringrazio il presidente Samuele Ciambriello e le volontarie per l’indispensabile e costante impegno che ha dato sostegno e aiuto ai detenuti».

Di Vaio, parla anche della sua esperienza diretta «Spero che qui le cose siano cambiate rispetto a quando  sono stato io un detenuto. Oggi sono un produttore, un regista e i miei film raccontano e fanno denuncia sociale. L’anno prossimo uscirà il film “Non mi avrete mai”  basato proprio sulla mia esperienza nel carcere di Poggioreale. Un’esperienza che definirei  drammatica per le condizioni in cui siamo stati costretti a vivere. Negli anni 90, ho diviso la cella con 30 persone, con sole due ore di passeggio al giorno. Ho sperimentato condizioni igieniche disumane, soprattutto in estate, quando con il caldo rovente avevamo la possibilità di una doccia una volta a settimana».

«Queste occasioni, che voi create, possono essere una zattera per evitare la recidiva, per evitare di ritornare in questo luogo una volta fuori. Bisogna sperimentare un nuovo modello di carcere che guardi anche a quello Norvegese, dove tutto è improntato su un progetto educativo e pedagogico.  E’ un paese dove le carceri sono senza sbarre. Lì i detenuti sono trattati nel rispetto della dignità che spetta a ogni essere umano e solo il 20% di loro torna a delinquere, mentre in Italia la percentuale di recidivi arriva al 70%.Loro, ad esempio, hanno raggiunto la consapevolezza che la violenza genera violenza e hanno studiato un metodo che sta funzionando. Urge un ripensamento sia del sistema sociale in generale e anche delle pene. La giustizia non deve perdere il volto umano quando emette sentenza».

Gaetano Di Vaio, saluta lasciando il pubblico speciale con  un consiglio: «Studiate, anche qui dentro. Emancipatevi. E’ vero che il lavoro manca, ma quando riacquisti la tua dignità, di cui ti riappropri anche attraverso un percorso di emancipazione, riesci  anche a sopportare situazioni estreme. Se non avessi studiato in prigione, probabilmente, oggi, non sarei qui».

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