Giacinto Diano, pittore nativo di Pozzuoli

Giacinto Diano(Pozzuoli 1731 – Napoli 1804) abitò nella città natale fino al maggio dei 1752 quando iniziò il suo discepolato  presso la bottega di Francesco De Mura (Napoli 1696-1782), che influenzò le sue opere giovanili,  come attestano alcuni suoi lavori, come il soffitto dello scalone del Seminario di Pozzuoli, eseguito nel 1755, oppure le tele e gli affreschi presenti nella chiesa di San Raffaele, datati al 1760.
Napoli allora viveva un periodo di grande splendore artistico e culturale per la presenza dell’illuminato re Carlo III di Borbone.
Negli anni Sessanta, dopo un probabile soggiorno a Roma e i contatti con il classicismo di Pompeo Batoni, il suo linguaggio si arricchisce di una preziosità materica sui modi di Corrado Giaquinto.  Soprannominato o’ Puzzulaniello, riuscì in breve tempo a conquistarsi un posto di rilievo nel panorama artistico del suo tempo, infatti, nel 1773 ottenne la nomina di professore di Disegno e maestro di Pittura nella Reale Accademia di Belle Arti, rimanendovi fino al 1782.
Diano, considerato da Raffaello Causa «la maggiore delle personalità napoletane della seconda metà del secolo», vanta una ricca produzione artistica, sparsa in diverse località del meridione d’Italia e a Napoli in molte chiese: chiesa della Pietà dei Turchini , chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi, Complesso di Sant’Andrea delle Dame, chiesa di Santa Caterina da Siena, chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato, chiesa di San Giuseppe dei Ruffi, chiesa di San Giuseppe Maggiore, chiesa di Santa Maria in Portico, chiesa di San Nicola alla Carità, Basilica di San Pietro ad Aram, chiesa di San Pietro Martire, chiesa di San Potito , chiesa della Santissima Annunziata, chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini   e palazzi: Palazzo Paternò, Palazzo Cellammare, Palazzo Serra di Cassano, Villa Pignatelli, Ospedale della Pace.
Ha lasciato numerose opere anche nella sua città natale: nel duomo, nella cappella del Seminario vescovile, in Santa Maria delle Grazie. Quelle più importanti sono le tele eseguite tra il 1758 e il 1760, per la settecentesca chiesa di San Raffaele Arcangelo, trasportate a Napoli, con altre sue opere, durante il bradisismo del 1983-84 ed oggi ritornate in loco
Lavora anche ad Ischia, che apparteneva alla diocesi di Pozzuoli, dove realizza uno spettacolare dipinto  conservato ad Ischia Porto nella Cattedrale.
La tela raffigurante San Nicola da Tolentino che intercede per le anime purganti  fa parte di un gruppo di sei dipinti di grosse dimensioni che adornano le pareti della Cattedrale di Ischia Porto, un tempo dedicata alla Madonna della Scala ed amministrata dai padri Agostiniani, che abitavano in un convento adiacente e raggiunsero una notevole potenza economica, dopo essere stati per quattro secoli autorevole guida spirituale della popolazione ischitana.
Il dipinto è un’opera giovanile dell’artista e va collocata cronologicamente agli anni dal 1758 al 1760, anche in base alla data segnata sulla pala d’altare raffigurante l’Assunzione. Il Diano in questa fase della sua attività è legato alla rigida osservanza dei moduli demuriani ed è contrassegnato da una grazia lineare e da un’eleganza formale che, fuse armonicamente, permisero all’artista di realizzare un felice compromesso tra le esperienze locali e le più recenti innovazioni in chiave neoclassica.
Nel quadro si può apprezzare un ampliamento dell’orizzonte spaziale e prospettico, accoppiato a stesure calde e rassicuranti. Lo schema compositivo si ispira alla lezione del Solimena ed anche del De Mura, con non sopiti echi dello scintillante barocco giordanesco, ben leggibili nelle gamme chiare di colore, che danno luogo ad un gradevole effetto pittorico di atmosfera quieta e serena, nel pieno rispetto delle inderogabili esigenze di grazia e di devozione.
Tra le opere conservate nei musei o in prestigiose collezioni private ricordiamo il  Martirio di San Sebastiano, conservato a Indianapolis, museum of arts e due ritratti: quello di Luigi Vanvitelli  a Caserta, Palazzo reale e quello  del sacerdote Domenico Doriano, a Pozzuoli, museo diocesano. Tra i dipinti in raccolte private segnaliamo S. Ambrogio battezza S. Agostino (fig. 16 ), Napoli, collezione Pisani ed il pendant Dio fluviale e ninfa , Napoli collezione della Ragione, già nella collezione Achille Lauro.

Nel 1769 realizza l’apoteosi di San Francesco nella sagrestia vanvitelliana della basilica santuario di  Santa Maria di Pozzano, a Castellammare di Stabia.
Di grande qualità e dal chiarore abbagliante le tre tele eseguite nel 1771 a Frosolone, nel Molise, per la Chiesa Madre dell’Assunta: una Madonna del Carmine con le anime purganti, una Madonna con i Santi Domenico e Rosa ed una Sacra Famiglia in cui sopravvive solo S. Giuseppe con il Bambino.
Tra il 1792 e il 1794 lavorò nella Cattedrale della Madonna del Ponte a Lanciano (Abruzzo), dove firmò le tele e gli affreschi delle volte e delle nicchie.
Gli ultimi anni della sua attività furono caratterizzati dalla definizione di impianti compositivi caratterizzati da una fluida luminosità ed una saggia disposizione delle figure. E facendo nostre le parole di Nicola Spinosa, massimo esperto dell’artista, potremmo continuare affermando che a questo momento di felice contemperamento dei modi derivati in gioventù da esempi del De Mura con istanze espresse dall’architettura vanvitelliana, che oltretutto si arricchiva dall’uso proprio del Giaquinto di materie cromatiche preziose e brillanti, appartengono quelle opere che sono il risultato più interessante di un singolare tentativo di conciliare le esigenze decorative del primo Settecento con le tendenze recenti della cultura figurativa d’ambiente romano.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita miseramente in una casa di Via Taverna Penta (zona del “quartieri spagnoli”), dove morì il 13 agosto del 1803. Fu sepolto nella chiesa dell’Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini di cui era un confratello.
Il Diano avviò all’arte diversi allievi, tra i quali primeggiò Gaetano Gigante, capostipite della famosa famiglia di pittori della Scuola di Posillipo, che ebbe in Giacinto Gigante il maggiore e più noto esponente. A quest’ultimo fu imposto il nome Giacinto, proprio in omaggio al maestro puteolano.

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