Gli stendibiancheria unici a reggere il cambiamento e “la finestra di fronte” ne è la prova

“Cambiare macchina è molto facile
Cambiare donna un po’ più difficile
Cambiare vita è quasi impossibile
Cambiare tutte le abitudini
Eliminare le meno utili
E cambiare direzione”.

Vasco Rossi parlando di questa canzone in una intervista ha detto: “Ho cominciato a scrivere le prime strofe di questa canzone tre o quattro anni fa in piena fase di furore creativo che mi teneva sveglio notte e giorno. Lo svolgimento del testo è continuato nel tempo. I cambia…menti sono sempre dovuti alla necessità”

Nel titolo è già presente il significato della canzone al di là del testo. Cambiamenti infatti è una sciarada. La sciarada è uno composizione di due o più parole diverse che danno vita a un’altra parola di senso compiuto nella formula X +Y = XY. Infatti Cambia + Menti = Cambiamenti. Proprio questa sciarada ci da’ il senso del brano. Sostanzialmente il Kom (così i suoi fan lo chiamano abbreviando la parola Komandante in Kom) dice che ci sono cambiamenti che si possono fare in maniera più o meno semplice ma solo cambiando “se stessi” cioè il proprio modo di pensare e quindi le nostre menti si possono fare grandi cose: “Si può cambiare solo se stessi, Sembra poco ma se ci riuscissi faresti la rivoluzione”. 

Ma voi, miei cari lettori, vi siete mai chiesti qual è il momento giusto? Quando parlo di momento giusto intendo, quel momento dove apri gli occhi, e capisci che è il momento di cambiare qualcosa della vostra vita, è il momento di prendere semplicemente le “redini in mano”. Spesso, è difficile ma se riesci tutto diventa più chiaro e limpido.  Il momento giusto, pesateci,  è una combinazione di buoni propositi mescolato con qualche barattolo di polvere che fa miracoli. In poche parole non esiste. Non credo ai momenti giusti ma a chi fa il possibile affinché le cose capitino. Le storie inventate attorno ai momenti giusti sono solo lo zucchero che copre il sapore della pillola, la scusa di chi avrebbe potuto ma poi non ha fatto nulla. Il momento giusto è la scusa di chi rimanda. E possiamo scegliere di crederci, di avvalorare la tesi, di perdonare, di aspettare, ma… se dipendesse da te, non creeresti il tuo momento giusto? E allora perché lasci che venga usato come scusa? Fidati di chi insegue il tempo per viverti quando può , non di chi rimanda a oltranza senza provarci mai.

Resta al centro della tua vita. Resta il tuo punto di forza, la partenza e il traguardo, il trampolino e l’appiglio. Tieniti, nel modo più intenso che puoi e bada non perderti. Le persone che incontri, quelle bellissime, speciali e quelle che non lo sono per niente sono un valore aggiunto. Con alcune imparerai quanto è bello progettare insieme e con altre imparerai quanto sia sacra la possibilità di andartene. Tutte, in un modo o nell’altro, lasceranno qualcosa dentro di te e qualcosa toglieranno. Non smettere di sognare quel che sogni, sol perchè i tuoi sogni possono non essere apprezzati da chi sostiene di apprezzare te. Tieniti. Bada a non perderti, a non svendere pezzettini di te, perchè potrà succedere che qualcuno se ne andrà e quando accadrà dovrai essere in grado di tenerti , di cadere se è il caso ma di rialzarti sempre.  “Certo a volte la tentazione di arrendersi è più forte della forza che rimane per lottare.  Però, a mio scapito ho imparato che il tuo polso lo vedi lì, quando decidi di combattere per quello che vuoi o per quello che sei. Ho imparato che lo scopri anche arrendendoti: quando ti rialzi e raccogli i cocci per la ripartenza. Non importa quando lo capisci, l’importante è non perdere se stessi. Ho imparato a non sprecare i giorni, perché mai te li daranno indietro e perché perdersi ti fa dimenticare ogni cosa appresa. Ho imparato a non volermi più buttare via e a raccogliermi se l’ho fatto senza accorgermene. Ho imparato a sentirmi spaccare in due avanti ad un tramonto ed ho smesso di spaccarmi in due per chi non me ne ha mai concesso uno.”

Credo che tra gli oggetti domestici che reggono meglio il peso dei cambiamenti nella società ci sono gli stendibiancheria.  Che siano tradizionali o hi-tech, contaminati o puristi, pop-up o eterni, conoscono tutti un nemico comune: l’asciugatrice. Anche se variano molto nelle forme — dall’anonimato di cavi, corde e tendifilo (stendino verista) alla dimensione artistica che possiedono alcuni modelli d’autore (stendino gioiello) — la loro funzione di base si è evoluta relativamente poco, nel tempo. È tutto il resto a cambiare intorno agli stenditoi, insieme alle nostre mutande. Così, è più facile notare le differenze.

In passato gli stendibiancheria erano o malcelati nelle corti dei palazzi o esposti come modesti arazzi sulle facciate dei caseggiati popolari. Erano righe di pentagramma tese tra un davanzale e l’altro, che riportavano fedelmente la partitura della specifica sinfonia orchestrata dietro ogni uscio. Oggi, in un’epoca avara di balconi e di candore, gli stendini sono più raramente posizionati all’esterno.

Così, il filo da davanzale del 2000 è diventato lo stendibiancheria pieghevole, per uso interno (con o senza ali, con o senza rotelle — a loro volta piroettanti o ad asse fisso, con sistema di bloccaggio o sfrenato). Il primo era socievole e partecipativo, e il suo funzionamento prevedeva ordinamenti socioculturali ormai desueti, come il mutuo soccorso tra vicini per un tirante inceppato. L’altro è introverso, più avvezzo agli spazi chiusi. I dialoghi tra i cavi per la biancheria sono diventati i monologhi dello stendino. Ma c’è ancora speranza. Nelle giornate di sole può capitare che anche a uno stendibiancheria Ikea riesca la grande fuga verso il terrazzo condominiale, dopo aver fatto le scale tremando come un galeotto alla prima evasione, carico dei suoi fagotti gocciolanti.

A ciascuno il suo stendibiancheria, purché sia abbastanza deformato dal suo carico di indumenti e di significato da costituire un veritiero ritratto di famiglia, di coppia o singolo. A esso affidiamo il nostro intimo nella speranza che torni fresco e pulito come la prima volta che l’abbiamo indossato, anche se, spoiler, non accadrà mai. Quanta differenza con il servo muto; quel pomposo ostensorio delle meglio pieghe dei nostri pantaloni. Lo stendino, invece, è un umilissimo servo che parla. Eccome se parla. Ti dice che i panni stesi sono vessilli che sbandierano i colori di casa che, per una volta, coincidono con quelli dei nostri pigiami.

 

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