Herculaneum Conservation Project: un miracolo pubblico-privato

«Nel 2001 il Packard Umanity Institute, fondazione no profit americana di David W. Packard, manifestò l’intenzione di fare qualcosa nel campo dei beni culturali in Italia. Grazie ad Andrew Wallace-Hadrill, direttore della British School at Rome, un’accademia con sede nella capitale da oltre un secolo, e grande conoscitore della situazione pompeiana nel suo complesso, il magnate americano conobbe il Parco archeologico di Ercolano e la situazione in cui versavano all’epoca. Non avendo le idee chiare su cosa realizzare e come farlo, gli scavi di Ercolano erano un sito sul quale poter operare, essendo anche più piccoli rispetto a quelli di Pompei». La storia degli ultimi quindici anni degli scavi di Ercolano inizia con queste parole della direttrice Maria Paola Guidobaldi.

Gli scavi della città ai piedi del Vesuvio erano quelli peggio conservati in posti dove non c’era la guerra civile. Iniziati nel ‘700, i lavori di scavo sistematici li compì Amedeo Maiuri ad inizio ‘900. Durante questo lungo periodo le città hanno vissuto guerre e il parco archeologico ha subito l’usura del tempo e del turismo. Mancava una visione sistematica d’insieme dei lavori da realizzare per affrontare tutte le criticità del sito e metterlo in sicurezza.

«Iniziammo con l’allora soprintendente uzzo ad impostare un censimento puntuale del degrado che mancava perché sapevamo che il sito era sull’orlo del collasso e occorreva una scala di priorità di interventi da realizzare compatibilmente con le esigenze di bilancio». Continua così il racconto della dottoressa Guidobaldi. «Nel momento in cui si manifestò l’intenzione del filantropo, proponemmo di sostenere il nostro progetto. Riuscimmo a fargli capire che la situazione complessiva era talmente grave che qualsiasi cosa volesse fare sarebbe stato un regalo ben accetto per gli scavi ma se voleva realmente aiutarci era utile un sostegno lungo nel tempo».

L’esperienza “Ercolano” era unica nel suo genere, tanto che si gettarono le basi per una nuova normativa in materia di “sponsorizzazione”. Fu istituito un comitato scientifico che racchiude ancora oggi le esperienze che provengono da entrambi i mondi: quello pubblico e privato. «In una prima fase ricevemmo rimborsi per i lavori che erano già in corso e finanziamenti per le progettazioni. Capimmo che la formula era poco efficace ed, aiutati dalla normativa del 2004 col nuovo codice dei beni culturali, per la prima volta fu introdotta la possibilità per i privati di effettuare direttamente i lavori sui beni culturali sotto controllo dell’ente pubblico, con contratti che furono definiti di sponsorizzazione ma che tali non erano, non prevedendo alcun corrispettivo in cambio».

È stato così fondato l’ Herculaneum Conservation Project che raccoglie le esperienze della soprintendenza, l’agire pratico del Packard Umanity Institute e la British School at Rome che fungeva da soggetto attuatore. «Lavoriamo ancora in perfetta sintonia con il comitato scientifico che, a garanzia del privato, analizza le nostre indicazioni sulle opere da realizzare in un programma biennale o triennale. Lo stesso Packard viene almeno una volta l’anno ad Ercolano».

I lavori fatti sembrano notevoli: «abbiamo messo di nuovo in funzione la rete fognaria antica ed eseguito una serie di campagne di manutenzione straordinaria su coperture e apparati decorativi, parietali e pavimentali. Stiamo eseguendo una digitalizzazione completa dell’intero sito in modo da poterla utilizzare per la cura e la gestione ordinaria, considerando anche il flusso turistico e l’usura che ne comporta».

Sotto la città nuova di Ercolano c’è il teatro antico e la famosissima Villa dei Papiri. Sopra c’è un mondo che fa ancora difficoltà a convivere con la vocazione turistica delle città, tanto acclamata nei discorsi politici ma poco concretizzata nei fatti.

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