Il calcio come chiave per comprendere il nostro tempo

Il dibattito culturale e intellettuale nel nostro Paese ha spesso trascurato il calcio e il complesso insieme di fenomeni sociali che ad esso sono connessi.

Vittime di pregiudizi e di letture superficiali del mondo dello sport, studiosi, intellettuali e opinion leader hanno considerato il calcio come un fenomeno popolare, culturalmente povero o, peggio, come questione sociale di devianza e violenza, cosa che ricorre soprattutto in relazione a fatti di cronaca che parlano di scontri in occasione di partite. Eppure il calcio, in Italia come nel resto d’Europa, cattura l’attenzione di milioni di persone che lo praticano e lo seguono con interesse e passione. Un intero settore economico si è inoltre sviluppato intorno alla capacità del calcio di attirare l’attenzione di un gran numero di persone. Questo, sebbene intorno al fenomeno non si riesca a produrre una conoscenza più approfondita, che permetta di andare oltre quella giornalistica che, seppur di ottima qualità, resta limitata. E ciò nonostante non riesca a maturare un discorso politico che valorizzi le potenzialità di sviluppo economico e integrazione sociale che il calcio potrebbe offrire su scala territoriale.

Su questi temi si è tenuta martedì, presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di “Napoli Federico II”, una lezione su “calcio: un confronto tra esperienze di ricerca e competenze professionali”. Un incontro organizzato in occasione della recente pubblicazione del libro “A tutto campo. Il calcio da una prospettiva sociologica“, edito da Guida, e scritto a quattro mani dai due sociologi Luca Bifulco e Francesco Pirone. Gli autori sono stati anche promotori dell’iniziativa, durante la quale sono state messe a confronto le esperienze di ricerca sul tema del calcio, col coinvolgimento di operatori locali del settore, al fine di contaminare e tenere insieme, in un discorso unitario, la produzione di conoscenza, la formazione universitaria e l’esperienza professionale degli operatori.

Un esperimento condotto in relazione al contesto locale , quello napoletano e regionale, realtà che esprime una elevata e specifica cultura calcistica. Per questo è intervenuto il prof. Christian Blomberger, dell’Université Aix-en-Provance, etnologo che già in passato ha studiato la passione calcistica diffusa a Napoli. Blomberg definisce il calcio un “dramma filosofico”.

In un contesto di crescente sportivizzazione della vita sociale e del linguaggio comune, che sempre più spesso usa metafore calcistiche – Letta o Renzi, ma su tutti Berlusconi e Forza Italia – conoscere il calcio ci consente di leggere e comprendere le ambivalenze profonde della cultura contemporanea, le ambiguità e le contraddizioni insolute tra l’individuo e collettivo, il merito e la fortuna, il rispetto delle regole e l’imbroglio.

Sul piano degli interessi economici, invece, come ricordato dal prof. Samuele Ciambriello, direttore della collana “We Care”, di cui è parte il volume, il calcio riflette e spiega le strutture economiche contemporanee post-industriali. Permette di meglio comprendere come sono fatti i mercati di oggi, tutt’altro che concorrenziali, con la formazione di posizioni di dominio e di rendita. Basti pensare al ruolo che hanno i procuratori calcistici, i quali si appropriano, così come attestato dalle stime Uefa aggiornate, del 15% del valore totale delle transazioni globali per lo scambio di calciatori. E si parla di diversi milioni di euro, divisi tra gruppi molto ristretti di agenzie e operatori.

Ma il calcio è anche incentivo al consumo, allo sviluppo di attività radicata nel territorio – spesso a riparo dalla globalizzazione – veicolo per l’integrazione sociale, come nel caso dell’integrazione degli immigrati, e veicolo di stili di vita sani e di prevenzione sanitaria. La politica non ha ancora aquisito consapevolezza di questo ruolo trasversale che il calcio, e più in generale, lo sport hanno nella ridefinizione di nuove politiche territoriali per lo sviluppo, l’integrazione sociale e la promozione del benessere. Ciò accade perché esiste ancora un pregiudicio radicato verso la dimensione ludica della vita sociale, come sottolinea il prof. Gianfranco Pecchinenda, che investe l’accademica, il mondo della cultura e gli stessi policy maker. L’incapacità di comprendere questa dimensione segna un limite nel capire l’antropologia contemporanea e l’evoluzione stessa della società contemporane. Il mondo intorno a noi è cambiato rapidamente sotto la spinta della globalizzazione e della diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione di massa e il “nuova calcio”, come dice Vittorio Dini, ha anticipatamente mostrato la crisi delle identità nazionali e il riemergere delle identità territoriali, come pure la perdita di rilevanza delle relazione “faccia a faccia” a dispetto della rappresentazione mediatica, con il passaggio dal play al display, una formula magica – ricorda ancora Dini – che puà essere estesa a tutta la società che vive una vita sociale sempre più estesa attraverso uno dei tanti display che lo circondano, dal pc allo smartphone alla vecchia televisione.

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