Il Ceo di McDonald’s si dimette per un flirt. Ecco perché in Italia non succede

Ha dovuto rassegnare le dimissioni: il Ceo McDonald’s, Steve Easterbrook, 52 anni, ha lasciato l’incarico quando, al termine di un’indagine interna, si è scoperto che aveva avuto una relazione consensuale con una dipendente. L’amministratore delegato del colosso degli hamburger ha violato la policy e le severe norme etiche a cui devono attenersi sia il personale, sia il top management dell’azienda. Lo ha ammesso lui stesso, con una nota: «È stato un errore, sono d’accordo con il consiglio di amministrazione sul fatto che è l’ora di farmi da parte».

Probabilmente al suo posto arriverà Chris Kempczinski, 51 anni, attuale presidente di McDonald’s Usa. Steve Easterbrook aveva fatto molto per la società: dal 2015, da quando ne era a capo, è riuscito quasi a raddoppiare il valore del titolo di McDonald’s, doppiando la crescita dello S&P500. La sua innovazione ha puntato soprattutto sull’innovazione tecnologica e sul nuovo mercato delle consegne a domicilio. I numeri erano dalla sua parte, come spiegano gli esperti a Bloomberg, ma l’azienda aveva promesso un maggiore impegno per il rispetto di genere e per evitare gli abuso.

Per la prima volta in 19 anni, come afferma un report di PwC, nel 2018 gli amministratori delegati sono stati allontanati non per insoddisfacenti risultati finanziari, ma per ragioni etiche. «Ed è giusto»,  spiega l’avvocato Michela Scafetta, a “VanityFair”, che fornisce assistenza in caso di mobbing o demansionamento. «Il capo di un’organizzazione non può permettersi di avere un legame con una dipendente».

Perché?
«Le decisioni di un capo devono portare benefici per l’organizzazione che rappresenta: nel momento in cui, all’interno dell’azienda, c’è una persona che può influire su tali decisioni, vengono meno l’indipendenza e l’affidabilità del capo. Il trattamento di favore che un dipendente può ricevere, ma anche la sola possibilità che ciò possa accadere, crea tra i colleghi un clima di sfiducia nei confronti dell’autorità e incide negativamente sulla produttività dell’organizzazione».

Accade però solo negli Stati Uniti.
«Sì, questo è un concetto abbastanza ovvio in un Paese dove l’etica è un valore e non un concetto astratto. Nei miei viaggi negli Stati Uniti ho potuto verificare che il popolo americano, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, è fortemente legato ai valori e pone la comunità al primo posto. In ogni casa d’America c’è un assoluto rispetto per le istituzioni e per le persone che le rappresentano. In questo contesto è normale aspettarsi che il Ceo di un’azienda si dimetta qualora abbia una relazione con una dipendente, semplicemente perché è giusto e perché un comportamento diverso non sarebbe tollerato dall’organizzazione».

In Italia non succederebbe mai.
«È triste ammetterlo, ma qui le cose funzionano diversamente. Soprattutto negli ultimi anni, il pensiero comune, il politicamente corretto, il relativismo dilagante hanno azzerato gran parte dei valori sui quali si dovrebbe fondare una comunità. Oggi tutto è possibile e tutto deve essere tollerato: non siamo più abituati a vederci come cittadini, ma come individui che devono competere con altri individui. Per questo motivo la leadership non viene vissuta come un servizio, ma come un’opportunità per prevalere sugli altri. In quest’ottica il capo diventa il padrone che approfitta della propria posizione per fare i propri comodi».

Capita spesso che questi casi finiscano davanti al giudice?
«Certo. Ho seguito recentemente il caso di una giovane dipendente che veniva avvicinata ripetutamente dal suo capo, un uomo anziano, che addirittura un giorno è arrivato a baciarla. È successo davanti alle telecamere: la dipendente, insieme a una collega, ha visionato il filmato e lo ha ripreso con il suo cellulare. Per fortuna, perché poi il video delle telecamere è stato distrutto da altri colleghi per tutelare il capo. In casi simili, per le vittime diventa anche molto difficile difendersi».

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