IL LATO OSCURO DELLA LUNA, RACCONTI D’IGNOTO CHE INDAGANO LA VITA

Dalla scelta della scrittura in terza persona all’umore che instaura in chi legge, sospeso e aleatorio, “Il lato oscuro della luna” (Kairos edizioni), la raccolta di racconti firmata da Antonio De Crescenzo, è lettura estraniante ed estraniata. Pregio e difetto del testo (a seconda del gusto) è, infatti, la scelta di confinare queste storie di orrore, sovrannaturale e mistero, in un piano distanziato dal lettore, con il risultato di eliminare l’effetto empatico, il lettore non si immedesima né vive con il personaggio ma lo osserva, però senza voyeurismo. Il lettore è lì, quasi costretto, immobile spettatore di vite ai confini del conosciuto, del normale; non c’è gusto né tensione nell’osservarle, bensì angoscia. Attraverso l’ampliamento della distanza emotiva, l’autore raggiunge così il risultato di un ritorno d’inquietudine: un’ansia senza oggetto, così com’è stata definita appunto l’angoscia. Ed è certamente indicativo che a parlare esplicitamente di questa irrequietezza senza oggetto siano i racconti più brevi della raccolta, “L’orrore strisciante” e “Il Ben Mac Dui”.  Nonostante le tematiche molto simili a svariate raccolte del medesimo genere, la raccolta nasconde dunque una sua originalità; ed ecco perché, più che parlarvi dei caratteri e delle storie che incontrerete leggendo, era necessario riportavi l’umore sotteso all’opera.

Anche nei dialoghi, anzi, soprattutto nei dialoghi, si vive uno stato di volatilità, come se si sorvolasse sulle umane vicende, sull’essenziale, ma volutamente, quasi a voler mettere in risalto la superficialità della condizione umana e moderna: “Sembri non capire quando ti parlo Patty, è fastidioso, mi sembra di parlare da solo” dirà un personaggio di uno dei sedici racconti. Incomunicabilità che incrementa la sensazione di vuoto, di assenza agghiacciante di senso. Ecco allora che il lato oscuro della luna ha lo scopo preciso di evidenziare questa vacuità, il niente dell’esistenza umana: “Al di là delle nostre vite, delle nostre ossessioni, delle nostre passioni vi è un universo enorme, misterioso, ignoto e talvolta minaccioso, al cui confronto le nostre azioni sono meno di niente”. Il niente figurato è però per lo più un vessillo del pericolo a cui va incontro la società: “Abbiamo costruito una società ipertecnologica che ha ingabbiato l’uomo nel materialismo, nell’individualismo, la gente ha perso il senso delle cose ma continua a lavorare, continua a far finta di niente. Abbiamo perso il valore della poesia, della serenità, della moralità”. Un timore a cui troverete risposta nella lettura.

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