Il museo Fuga: sogno di un progetto possibile

Il Real Albergo dei Poveri, realizzato per volere di Carlo III dal fiorentino Ferdinando Fuga, è stato, nella sua storia, soggetto a diverse variazioni d’uso. Pensato per gli indigenti di metà ‘700, nel corso dei decenni ha ospitato diverse attività fino a cadere in decadenza già nella seconda metà del XIX secolo. Negli ultimi anni le varie amministrazioni hanno più volte ripensato al suo utilizzo senza riuscire a ristrutturarlo per intero e sprecando fondi. Alcune associazioni, nate anche sulla rete, si stanno battendo per trasformare Palazzo Fuga nel più grande museo d’Europa.

La storia dell’Albergo dei Poveri risale al 1751 quando fu edificato per ospitare poveri, diseredati e immigrati di tutto il regno. La sua struttura, sebbene lo colloca al primo posto per grandezza tra gli edifici del settecento, è solo una parte dell’ambizioso disegno originario. Il progetto iniziale, infatti, prevedeva una facciata principale di 600 m con 5 cortili interni. I lavori, iniziati dall’architetto Fuga, furono affidati dopo la sua morte a Francesco Maresca, collaboratore del Vanvitelli impegnato all’epoca su Palazzo Reale. Il palazzo è stato destinato a varie scuole e divenne anche un istituto di detenzione minorile, tanto che fu appellato reclusorio. Negli ultimi anni le amministrazioni cittadine ne anno cambiato spesso variazione d’uso e l’anno scorso l’ex assessore del comune di Napoli, Sergio D’Angelo, destinò un’ala del palazzo ai nuovi poveri della città.

Il sogno di trasformarlo nel più grande museo al mondo, il “Louvre Napoletano”, è nato qualche anno fa dalla mente di Dario Marco Lepore che ha messo su carta l’idea, ha coinvolto comitati, ha parlato con associazioni di categoria e si è impegnato affinché la città potesse recuperare tesori che altrimenti sarebbero andati altrove. “Siamo riusciti ad avere – afferma Lepore – 24 opere d’arte di Tizzano, di cui 20 sculture e 4 dipinti, che gli eredi, Giovanni, Francesco e Renato, hanno donato alla città facendosi carico anche del trasporto. Si sono detti pronti a donare oltre cento opere se il comune trova gli spazi per esporle. A questo si aggiungono oltre 500.000 reperti archeologici provenienti dal Museo Archeologico Nazionale che non sono esposti e più di 1000 dipinti dell’ottocento napoletano che giacciono nei depositi del Museo di San Martino. Inoltre abbiamo l’immenso tesoro di San Gennaro costituito da oltre 26.000 opere d’arte, che lo rende il tesoro più importante al mondo e sta facendo la fortuna di quei musei che gli dedicano esposizioni. Per non parlare delle opere non esposte di Capodimonte, del Duca di Martina o del Banco di Napoli”.

Il progetto ricorda il MuseumsQuartier di Vienna, grande poco più della metà dello storico palazzo napoletano. I tre giardini interni, piuttosto che ricettacolo di rifiuti, potrebbero ospitare biblioteche all’aperto, mostre temporanee e sale lettura. Il tutto, secondo Lepore, senza un aggravio per le casse comunali perché “come ci ricorda la Corte dei Conti – continua – la cultura produce ricchezza. Ogni euro prodotto da un museo o sito archeologico si traduce in altri due euro per il territorio. Nel solo 2012 la cultura ha rappresentato il 15,3% del Pil, con introiti, diretti e derivanti dalla filiera, per oltre 214 miliardi di euro”.

L’idea è interessante e coinvolgente. Ad alcuni problemi come quello di alloggi per poveri, Lepore risponde che “si potrebbero utilizzare palazzi vuoti come caserme ed ex conventi, piuttosto che un palazzo storico che potrebbe creare opportunità e lavoro per l’intera collettività”.

Resta il problema di una cabina di regia unica in grado di governare il flusso turistico a Napoli. Se già i pendolari della provincia o dei quartieri periferici fanno fatica a raggiungere il capoluogo per lavoro, cosa succederebbe se ci fossero, durante l’anno, 10 milioni di turisti in giro per Napoli come al Louvre di Parigi?

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