Il Sociologo: prospettive per il futuro della professione

Qualche giorno fa si è tenuta, presso il Palazzo di Giustizia di Napoli, una disquisizione giuridica molto interessante sulle funzioni della nuova figura professionale del sociologo forense. Tale professione, a fronte di analisi e di ricerche in fonti giuridiche (per lo più sentenze di cassazione), sembrerebbe espletare la funzione di analisi dei danni relativi alla sfera socio-relazionale del soggetto che si trova vittima di contenziosi o di fatti ritenuti giuridicamente rilevanti quindi potrebbe essere impiegato a tutti gli effetti nei tribunali. Ora, premesso che questo dibattito, sulla scena locale e nazionale, è risultato determinante nell’aprire le frontiere della sociologia, e conseguentemente ha aperto la strada a considerazioni che esulano il campo giuridico ma che investono interrogativi altri – come ad esempio la validità della formazione e i limiti strutturali della professione – alcune riflessioni ulteriori devono essere prese in considerazione.

Fermo restando che per quanto riguarda i danni alla sfera socio-relazionale, qua non si tratta proprio di materia sociologica ma di psicologia sociale – e non sembra che la formazione permetta specializzazioni in questo campo specifico, troppo confusa ancora con la psicologia e basta – il ruolo del sociologo trova un espletamento migliore e più diretto nel campo dell’ analisi di contesto, di scenario e di vissuto affiancando il giudice o l’avvocato nei casi di misure attuative in campo penale. Inoltre il sociologo non deve essere confuso con l’assistente sociale il quale si occupa sostanzialmente di mettere in moto una serie di prassi di intervento per la prevenzione e per il recupero dei soggetti devianti. Il sociologo si occupa invece di ricerca qualitativa e quantitativa, di raccolta e analisi di dati, di progettazione, di creazione di testi pubblicitari, di selezione delle risorse umane, di orientamento universitario e professionale, di consulenza aziendale e cosi via. Ci sono delle lacune ancora molte grosse in ambito teorico e spazi, invece, di operatività larghi e trasversali. Il sociologo svolge sempre una funzione di confine con altre discipline, come la filosofia, la pedagogia, l’economia, la comunicazione.

Nel contesto italiano il sociologo è al contempo sia un laureato nelle scienze della formazione primaria quando si parla, ad esempio, di accesso all’insegnamento (pare che il sociologo non può insegnare se non in questo specifico ambito), all’occorrenza, invece, è specializzato nella comunicazione (ma senza poter essere giornalista a tutti gli effetti), ancora, è un ricercatore con grosse difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro (impiegato principalmente nelle università e non nelle società di indagine di mercato, di ricerche di valutazione oppure come referente territoriale) perché magari si preferiscono gli economisti o i psicologi dato che, per loro, c’è un riconoscimento professionale a tutti gli effetti. Eppure ci sono spinte che vanno nella direzione opposta, certificazioni specifiche rilasciate da tutte le associazioni di categoria, dibattiti che promuovono studi e riflessioni sull’importanza di questa figura professionale. Allora la domanda è questa: si vuole definitivamente e seriamente lavorare affinché il sociologo venga riconosciuto professionalmente al pari di tutte le altre professioni come l’avvocato, l’ingegnere, il medico, l’assistente sociale, lo psicologo? Si vuole dare uno sbocco lavorativo certo a tutti i laureati in questa disciplina? Gli studenti che frequentano il corso di laurea in sociologia possono ambire ad una preparazione universitaria meglio strutturata, con vari corsi di specializzazione e quindi con un iter formativo uguale ad altri corsi di studio?

In ultimo, ma non per questo di minore importanza, non si può non tenere conto del processo di trasformazione economico-sociale di scala nazionale e internazionale in seguito alle politiche attivate e garantite dall’Ue in materia di lavoro, giovani e crescita economica (Dl.Crescita 2.0) e da tutte quelle misure legate alla visione strategica della città 2030. Nel senso che è arrivato il momento di comprendere quale assetto costruire per i colleghi sociologi visto che questi ultimi negli altri paesi Europei vengono impiegati con serietà e giusta collocazione e, ancora, quale futuro in vista di una conformazione della società sempre più connessa, condivisa, strategica e partecipativa.

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