IMPORTANTI DIPINTI ANTICHI NAPOLETANI ALLA BLINDARTE

Il prossimo 26 novembre alla Blindarte di Napoli si terrà un’asta nella quale saranno presentati numerosi inediti del Seicento e Settecento napoletano, tra cui alcuni capolavori. E nella nostra breve descrizione partiremo proprio da queste vette.

Cominciamo con una Crocifissione di San Pietro(fig. 1) eseguita da Luca Giordano intorno al 1660, un momento in cui palpabile è l’influsso sul giovane, ma già valente artista, della lezione di Mattia Preti nella definizione serrata delle figure in primo piano e nella tavolozza in cui prevalgono  colori scuri. Il dipinto è accuratamente descritto nella monumentale monografia sul Giordano di Ferrari e Scavizzi.

Passiamo ora ad una Sacra Famiglia (fig. 2) di Battistello Caracciolo, pubblicata per la prima volta nel 1990 dal compiano Vincenzo Pacelli,  il quale, nel pastore sulla sinistra che distrattamente fissa l’osservatore, volle identificare l’autoritratto del pittore. In seguito l’opera è stata studiata da Stefano Causa, che nell’includerla nella sua monografia sull’artista, ha ipotizzato un’esecuzione negli anni Venti ed ha sottolineato il clima di tenerezza domestica che promana dal dipinto.

Parliamo ora di un monumentale Mosè (fig.3), in passato ritenuto da Spinosa e da Bologna eseguito da Giovanni Ricca, mentre recentemente Porzio lo ha spostato nel catalogo di Hendrick van Somer, due personalità orbitanti attorno alla produzione del Ribera, autore del prototipo del dipinto in esame, conservato nella Certosa di San Martino ed eseguito nel 1637.

Sempre eseguito da un valente artista, per ora ignoto, della cerchia del Ribera,  vi è uno struggente Compianto su Cristo morto(fig.4), già in collezione Catello e purtroppo in non perfetto stato di conservazione.

Sempre proveniente dalla celebre collezione Catello vi è poi un inedito di Paolo De Matteis, sfuggito anche al sottoscritto autore di una recente quanto esaustiva monografia sull’artista. Si tratta di un quadro di grandi dimensioni, raffigurante Le tentazioni di San Francesco (fig.5), collocabile cronologicamente all’ultimo decennio del secolo.

Nell’ambito della natura morta seicentesca vi sono poi due quadri: il primo raffigurante una miriade di pesci in compagnia di funghi e crostacei(fig.6), opera certa di Elena Recco, figlia di Giuseppe, che eredita dal padre la rara capacità di fissare sulla tela il delicato momento del trapasso tra la vita e la morte e si fa riconoscere dagli intenditori per il tenue colorito rosato con cui definisce le squame dei pesci; il secondo, Un interno di cucina con una cuoca(fig. 7), più volte esposto in mostre, l’ultima volta nel 2009 in Ritorno al Barocco, è opera eseguita da Giovan Battista Recco, autore degli animali, vivi e morti, degli ortaggi e degli oggetti di cucina, in collaborazione con un pittore vicino a Battistello Caracciolo, che realizza la figura della vivandiera intenta a cucinare il pollame.

Nel campo della battaglia vi sono 2 quadri di Marzio Masturzo (fig. 8 – 9), un minore attivo nella seconda meta del XVII secolo, che imita con abilità la maniera di Salvator Rosa. Essi raffigurano con veemenza dei combattimenti di cavalieri al di fuori delle mura di una città fortificata, mentre il cielo nuvoloso e minacciante pioggia sembra partecipe della tristezza degli scontri durante i quali morti e feriti senza nome si ammassano al suolo.

Concludiamo la carrellata sul secolo d’oro illustrando una maestosa S. Caterina d’Alessandria (fig. 10), siglata, di Andrea Vaccaro, offerta in asta partendo da un prezzo stracciato. L’opera con il classico “sotto in su” degli occhi rivolti verso il cielo è databile intorno al V decennio, quando il pittore, tralascia l’antica ascendenza caravaggesca e recepisce pienamente la lezione del classicismo bolognese. Il referente della tela non è, come erroneamente indicato nella scheda del catalogo, la S. Agata in carcere, dal seno prorompente, del museo Filangieri, bensì la più casta S. Cecilia alla spinetta, conservata nella pinacoteca di Capodimonte.

Ci portiamo ora nel Settecento partendo da una triade di dipinti firmati e da tempo pubblicati da Spinosa,  opera del pennello di un artista estroso che risponde al nome di Lorenzo De Caro, presente in molte chiese napoletane ed in prestigiose collezioni private, come quella del sottoscritto, ma ancora poco noto, nonostante una esaustiva monografia a lui dedicata da Rosario Pinto. Essi raffigurano l’uno  Il trionfo di Mardocheo(fig. 11), gli altri due, che fanno pendant, Il Trionfo di Davide e quello di Giuditta (fig. 12 – 13).

La natura morta è degnamente rappresentata da un Trionfo floreale in un vaso a grottesche (fig. 14) di Gaspare Lopez, un allievo del Belvedere, trasferitosi poi al nord tra Firenze e Venezia, dove fu artefice di una pittura ornamentale, segnata costantemente da un brillante cromatismo.

Particolarmente interessante il quadro(fig. 15) di Michele Foschini, replica autografa facente parte di una serie commemorativa di un episodio storico importante della storia del regno di Napoli: Carlo III che consegna al figlio Ferdinando IV la corona nel 1759.

Ed infine un dipinto allegorico (fig. 16) di notevole qualità e ritenuto di ignoto nel catalogo, che noi attribuiamo con certezza a Giuseppe Mastroleo, assieme a Giovan Battista Lama tra gli allievi più dotati del De Matteis. Una composizione contrassegnata da una gamma cromatica dai colori rischiarati di un gusto pienamente settecentesco.

 

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