Investire nello studio

L’ultimo numero di Link è in edicola. Si ritorna sul tema dell’investimento in ricerca e sull’importanza di valorizzare i saperi al di là delle stringenti necessità dettate dalla congiuntura economica. L’analisi del prof.Filippo De Rossi, Rettore dell’Università degli studi del Sannio

Università ha una funzione culturale. Non è solo un problema finanziario. Voglio far partire il mio discorso da dove lo aveva lasciato, sul precedente numero di Link, il rettore dell’Università di Cassino, Ciro Attaianese.

Condivido del collega cassinate le perplessità sugli indicatori utilizzati per la distribuzione del finanziamento statale e le preoccupazioni per il graduale impoverimento del capitale umano italiano. Non posso, per., fare a meno di insistere su un concetto a mio avviso fondamentale: la mancanza nel nostro Paese di un serio progetto culturale. Non c’è una visione che partendo dalle sfere più alte, quelle deputate a governare lo Stato, investa i settori dell’educazione e della formazione. Nel pieno della crisi finanziaria, l’Italia ha diminuito gli investimenti in formazione e nelle politiche per rendere i giovani qualificati a entrare nel mondo del lavoro, mentre l’Europa li ha mediamente incrementati del 30 per cento.

Stiamo impoverendo i nostri ragazzi disincentivandoli allo studio. Il periodo di formazione, infatti, viene sempre meno valutato per il suo valore d’investimento sociale e individuale. Negli ultimi 10 anni, gli atenei italiani hanno perso 78mila immatricolati. Mentre il numero dei diplomati nelle scuole rimane costante, circa un quarto degli studenti non si iscrive più all’università. La fotografia è dell’Anagrafe nazionale degli studenti messa a punto dal Miur in collaborazione con il Cineca.

Complice la crisi, molte famiglie non spronano più i figli a iscriversi all’università e, secondo i recenti dati Istat, solo il 58% dei diplomati si immatricola (10 anni fa erano il 73%). Quindi, le famiglie risparmiano, conservano per garantire una rendita ai propri figli. Soprattutto al Sud, scelgono i depositi bancari oppure investono in una proprietà immobiliare, come emerge nel recente Rapporto sul risparmio. Si tratta di una forma di welfare familiare tipico della società meridionale che la dice lunga, per, sullo scoramento e sulla sfiducia delle famiglie italiane. Allora non pu. Impressionare il dato sul calo delle immatricolazioni.

Si tende a risparmiare di più in previsione di un futuro incerto e non si riconosce il valore di una buona istruzione e quindi di un’opportuna formazione. Gli italiani stanno rischiando di diventare sempre meno capaci, proprio per la mancanza di un serio progetto culturale, in uno scenario globale sempre più competitivo. Per non parlare del fatto che l’Italia ha il record di abbandoni scolastici in Europa: il 17,6% di alunni (con punte del 25% nel Mezzogiorno) lascia i banchi di scuola troppo presto.

Il dibattito pubblico, come ha fatto notare il professore Attaianese, è distratto da questioni riguardanti l’efficienza economico finanziaria delle università. Una finalità che pure deve essere perseguita ma in un sistema equo, con indicatori semplici e stabili, e in un contesto con obiettivi più ampi che abbiano principalmente a cuore il futuro dei nostri giovani e lo sviluppo reale del Paese.

La mentalità puramente economicista sta mortificando il sistema universitario italiano e la burocrazia sta soffocando ogni tentativo di innovazione. La situazione del Fondo di finanziamento ordinario non è più sostenibile. La razionalizzazione imposta non ha comportato una maggiore efficienza del sistema universitario, al contrario, per rispettare i limiti imposti sulle spese del personale, gli atenei sono costretti a bloccare il  reclutamento deprimendo i settori virtuosi. Negli ultimi cinque anni, abbiamo perso 10mila ricercatori, rimasti fuori dall’università per il continuo blocco del turn over. D’altro canto, le risorse risparmiate non sono state utilizzate per il miglioramento complessivo del sistema universitario. Penso, per esempio, a una qualunque politica seria sulla residenzialità universitaria o al finanziamento del diritto allo studio che per il 2014 è in percentuali ridicole: la copertura dei “capaci e meritevoli” per l’anno in corso è attorno al 60 per cento, sotto il 50 in diverse università del Sud. Abbiamo sposato un modello di “non sviluppo” e l’emorragia di giovani meglio formati che lasciano il nostro Paese (Almalaurea ne conta 5mila ogni anno tra ingegneri, medici e manager) non potrà che peggiorare la situazione. Mentre in Italia ci stiamo ancora “incartando”, alle prese con gli adempimenti burocratici, per comprendere le diverse regole adottate da ciascuna Regione su tirocini e apprendistato, al fine di consentire ai nostri giovani di entrare nel mondo del lavoro, in altri Paesi europei i migliori laureati italiani vengono reclutati dalle grandi aziende a condizioni davvero irrinunciabili. Cosicché i già pochi investimenti in formazione fatti dallo Stato (la spesa media annua per lo Stato di uno studente universitario è di 6.990 euro), subiscono un’ulteriore svalutazione quando il nostro capitale umano meglio formato trova occupazione al di là delle Alpi o dell’oceano.

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