La condizione dei sofferenti psichici a Napoli e in Campania

I Centri di Salute Mentale sono in evidente difficoltà, dopo anni di politiche di tagli che hanno abilmente utilizzato la “crisi”, per mettere in ginocchio la Sanità pubblica e assicurare affari d’oro a quella privata.

In Campania i centri di Salute Mentale non hanno più pronto soccorso notturno e mancano di psicologi, perché non ci sono assunzioni e nessuno sostituisce quelli che se ne vanno.

I sofferenti psichici ricevono ormai come cura solo psicofarmaci e qualche blanda attività di intrattenimento psicoterapico. Il numero ridotto di operatori rende impossibile ogni attività di cura individualizzata, ogni progetto domiciliare, ogni inserimento nel mondo lavorativo.

I servizi di salute mentale della nostra città sono in avanzato stato di agonia e, a breve, si prevede la loro definitiva scomparsa. Sono, di fatto, già sostituiti per le emergenze dal 118 e, per la gestione della salute mentale, rimarrà, forse, solo qualche residuo delle strutture psichiatriche sul territorio in funzione di ambulatorio.

Nell’ASL Napoli 1 vi è stata una deportazione degli operatori sanitari, in altri ambiti della medicina con il risultato che i controlli, le visite domiciliari ed il personale che normalmente era anche impiegato nel decongestionare le famiglie con utenti con disagio psichico, non esiste più, con il risultato che i pazienti sono lasciati a se stessi. I pochi Psichiatri che sono rimasti, non riescono a far fronte alle domande, tanto che anche i pazienti che escono da una crisi e sono dimessi, non hanno i controlli ravvicinati necessari, almeno nel primo periodo; pertanto, se il paziente viene rivisto dopo molto tempo, si riscompensa e torna nuovamente in ospedale.

L’abbandono dei pazienti psichiatrici garantisce non a caso il profitto ai privati: la mercificazione del disagio umano (mercato del farmaco, psicoterapie private, cliniche private, grazie ai soldi pubblici elargiti dalla Regione Campania) diventa strumento di accumulo di potere e di capitali.

L’utenza che si rivolge nei presidi pubblici è un’utenza di solito grave e molto numerosa, quindi le figure prevalentemente presenti in questi posti sono quelle psichiatriche e quelle infermieristiche, nonostante che sulla carta sia prevista dalla legge, in ogni caso, la figura dello psicologo o dello psicoterapeuta. A volte, può capitare che lo psicologo non sia presente, o che sia presente, ma così oberato di lavoro che non può offrire la psicoterapia a lungo termine. Solo in casi abbastanza eccezionali l’equipe è al completo.

Nella nostra città con sempre maggior frequenza s’impongono i trattamenti sanitari obbligatori; le modalità con cui si affrontano le crisi diventano sempre più tendenti alla contenzione fisica e/o farmacologica.

Nelle prassi istituzionali c’è una chiara volontà distruttrice e di mercificazione, di dominio ed oppressione nei confronti delle persone e dei comparti sociali svantaggiati (poveri, pazzi, disoccupati, sottooccupati, precari di ogni genere, eccentrici, etc.), anche fino al loro annullamento fisico.

Le ragioni dell’economia di mercato, così come determinano guerre tradizionali o catastrofi sociali parimenti cruenti, istigano all’esclusione, al maltrattamento e allo sfruttamento del disagio psichico.

I servizi di salute sono chiusi alla domanda, sordi ad ogni forma di comprensione, incapaci di elaborazioni culturali e progetti di cura.

Le famiglie sono abbandonate a loro stesse nell’angoscia di non riuscire più a garantire ai loro congiunti sofferenti psichici condizioni dignitose.

Psicofarmaci, quindi, e null’altro.

Può accadere anche che una persona disturbata psichicamente, un tossicodipendente in crisi di astinenza o un alcoldipendente, assuma dei comportamenti imprevedibili o violenti.

In queste situazioni spesso i familiari chiedono aiuto allo psichiatra di servizio e in mancanza chiamano direttamente l’ambulanza e/o i vigili o i carabinieri.

Le condizioni economiche sociali dell’individuo e la mancanza del progetto terapeutico individuale non possono più motivare la pericolosità sociale e quindi l’internamento, e non giustificano più le proroghe. Oggi invece un malato proprio perché è senza cure e abbandonato dai servizi spesso può essere valutato socialmente pericoloso. Lo stesso spesso accade ad un malato povero, emarginato, senza casa che può diventare, per questa ragione, socialmente pericoloso e può così finire in OPG.  Il malato di mente genera timore e paura e si vuole allontanare dal nostro immaginario, confinarlo lontano dagli occhi.

Perché nelle strutture pubbliche si vuole ridurre il numero degli psicologi e delle strutture complesse dei servizi di psichiatria? Qualcuno ha scoperto un farmaco magico che li sostituisce?

L’istituzione dei servizi territoriali prevede funzioni preventive, curative e riabilitative relative alla salute mentale orientate al contenimento del danno, alla “guarigione”, al massimo accrescimento delle potenzialità della persona, al passaggio dalla “cura” al “prendersi cura”. Bisogna garantire il reinserimento sociale dei pazienti attraverso progetti terapeutico-riabilitativi individuali.

Psichiatria Democratica propone di riconvertire gli ingenti fondi stanziati per le Rems (i mini OPG) a favore dei Servizi territoriali per l’attuazione di programmi personalizzati per ciascun utente dimesso dall’Opg; impiegare tutto il personale, previsto in precedenza per l’attivazione delle Rems, nei DSM; utilizzare i soldi stanziati in maniera tale che “seguano” i pazienti e i loro progetti di vita, e non servano a finanziare nuove strutture.

L’inaudita gravità della condizione dei sofferenti psichici a Napoli richiede l’immediata nomina del direttivo dell’Osservatorio che dovrebbe occuparsi immediatamente di: assistenza negata, differita o palesemente trasformata in atti violenti, quali l’uso improprio e diffuso del tso, l’abuso di psicofarmaci e l’uso della contenzione fisica meccanica; dell’estrema selezione dell’utenza, del non ascolto di coloro che soffrono per mancanza del lavoro, per esclusione sociale, per negazione dei diritti di cittadinanza; dell’esclusione della “follia” dall’inserimento attivo nei sistemi produttivi sociali, nei circuiti lavorativi; della riduzione del ricorso al ricovero ospedaliero, in particolare di quello coatto, attraverso il potenziamento dell’attività sul territorio, compresa quella al domicilio della persona; di incentivare Centri psico-sociali per le attività terapeutiche e riabilitative, ambulatoriali, domiciliari, di accompagnamento, individuando specifici criteri di accreditamento e sperimentando soluzioni innovative di assistenza territoriale in grado di rispondere alla domanda di salute, in stretta collaborazione con la programmazione territoriale e regionale; un Servizio di Psicologia tale da garantire in ogni ambito sanitario la presenza di almeno uno psicologo, servizio che abbia lo scopo di intervenire, fin dalle prime manifestazioni, sui fenomeni di disagio sociale, lavorativo o relazionale nell’ottica di una forte azione di sostegno, prevenzione promozione del benessere e della salute dei cittadini; la tutela sociosanitaria delle persone con disturbo mentale o patologia psichiatrica da attuare mediante nuovi concetti dei Dipartimenti di salute mentale, strutture organizzative integrate e interdisciplinari tra le Unità operative di psichiatria, le Unità operative di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, i Sert, i Noa, le Unità operative di psicologia clinica e della riabilitazione, le Unità operative per la tutela della salute mentale in carcere.

Molti punti anche controversi sono stati toccati in questo articolo, mentre nel frattempo nessun dato certo a 15 giorni dalla chiusura degli OPG e l’apertura dei REMS è stato comunicato in via ufficiale, segno questo che le cose, così come ampiamente previste, marciano tra mille difficoltà.

C’è, infine, un punto nodale sul quale occorrerebbe riflettere: comunque la si metta, la materia è regolata soprattutto dal Codice Rocco, che immagina esista una razza umana affetta da “pericolosità sociale” invece che una società ingiusta e malata che produce crimini e alienazione. Se non si affronterà questo nodo politico, nulla potrà mai davvero cambiare.

“Esistono muri, a volte invisibili, che dividono la normalità dalla follia. Sono costruiti dal potere e rafforzati dal deserto che si trova al loro esterno”.

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