La debolezza dei sindacati fattore di incremento della disuguaglianza sociale

Lo so, dispiacerà a molti rivoluzionari e politici “progressisti”  che, con motivazioni diverse, sostengono la necessità di diminuire l’importanza e la funzione del sindacato in Italia. Gli uni sostenendo che i sindacati non sono abbastanza “rivoluzionari e contestativi” e gli altri, al contrario, dichiarando che il loro “potere” condiziona la volontà di sviluppo e di investimento dei poveri imprenditori “vessati” dai lavoratori.

Con l’avvertenza implicita che quando da noi si parla di “sindacato” si intende sempre e soltanto la CGIL essendo la galassia di sindacati e “sindacaticchi” autonomi (rivoluzionari e non) o irrilevante o, al peggio, organica al sistema, con la sua esuberante verbalità rigidamente corporativa. Vi risparmio gli esempi notando solo che la loro maggiore diffusione riguarda il pubblico impiego o i servizi, settori in cui il ricatto è facile e alte le garanzie di non licenziamento (vedi scioperi selvaggi e improvvisi nei trasporti o negli ospedali).

Come dicevo, sono costretto  a dare un dispiacere  a molte persone (non ultimo il nostro brillante premier orgoglioso del “jobs act”) perché sul numero di marzo di Finance & Development, rivista dell’International Monetary Fund, due  ricercatrici senior, Florence Jaumotte e Carolina  Osorio  Bruiton, hanno pubblicato uno studio  dal titolo The decline of unionization  in recent decades  has fed the rise in incomes  at the top, cioè “Il declino del tasso di sindacalizzazione negli ultimi decenni ha alimentato la crescita degli alti redditi”.

Dallo studio risulta, infatti, che negli ultimi 10 anni il reddito di quel 10% che detiene la ricchezza del mondo è aumentato del 5%. Secondo le statistiche tale incremento è direttamente proporzionale alla perdita di potere dei sindacati e alla diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori (per approfondire leggere lo studio all’indirizzo: http://www.imf.org/external/putos/fandd/2015/03/pdf/jaumotte.pdf).

Il mio dilemma è: adesso chi glielo dice a Renzi e alla sua troupe di entusiasti? Proprio sull’organo dell’ International Monetary Fund si mettono a difendere i sindacati?

Ebbene sì. Ma c’è di peggio: le nostre gentili ricercatrici affermano anche che: la ricerca economica si è soffermata molto sullo studio del problema  sugli assetti istituzionali, la deregolamentazione finanziaria e la diminuzione dell’aliquota marginale  delle imposte sul reddito. Il sogno di Berlusconi insomma: vi ricordate quando diceva “Semplifichiamo! Aliquota unica!”. E tutte le pecore a dire sì (meno male che c’era Visco). Non è escluso che, in nome dell’efficienza, non si faccia.

Lo studio, giustamente, sottolinea l’importanza di tali fattori  nella determinazione di una ineguale distribuzione del reddito ma segnala che la parte più propriamente politica, l’attacco al potere dei sindacati, non ha avuto una pari attenzione. Il ruolo svolto dalle istituzioni del mercato del lavoro, come la riduzione del tasso di sindacalizzazione e del salario minimo rispetto a quello mediano,  è stato trascurato dalle analisi. Anche in Italia. Anzi, da noi, coscientemente, si sta perseguendo una politica che punta a mettere il sindacato nell’angolo, negando una funzione alla contrattazione nazionale  e spingendolo nel recinto aziendale. Insomma, un sindacato all’americana in cui ogni fabbrica lotta per sé, appena può, altrimenti tace; in cui, ad esempio, i lavoratori Walmart strappano, dopo anni di scioperi, un aumento di un dollaro all’ora, ma la cosa riguarda solo loro. I lavoratori delle altre catene di supermarket restano fuori dal beneficio. In questa situazione, Obama, per aver proposto di stabilire  per legge un salario minimo di 8 dollari all’ora, viene presentato dai repubblicani, da CNN e dai giornali di destra come il nipote cattivo (e musulmano) di Lenin.

C’è un indicatore statistico della disuguaglianza di distribuzione: il   coefficiente di Gini elaborato da un grande statistico italiano. Tale coefficiente misura la disuguaglianza in un range da 0 a 1  dove zero è una situazione di massima omogeneità di distribuzione del reddito mentre uno è una situazione di massima concentrazione. Indici bassi significano omogeneità alta, indici alti concentrazione alta. I paesi scandinavi dal forte welfare hanno indici intorno allo 0,23, noi siamo allo 0.35 su una media europea dello 0,31. Gli Usa hanno un valore pari a 0,43 che ne fa un paese ad alto tasso di  disuguaglianza. Per restare negli esempi: nel 1992, prima dell’abolizione della scala mobile, l’indice italiano era 0,27.  Dopo  il referendum abrogativo scattò allo 0,35. Tanto per capire chi aveva ragione e chi torto. Data la struttura del coefficiente, una variazione in più o in meno dello 0.01 è conseguenza di grandissime mutazioni.

Le nostre ricercatrici, infine, fanno notare  che alti livelli di disuguaglianza sono associati  a bassi livelli di crescita economica. Dal che si deduce che espandere le disuguaglianze, aumentando i disagi dei ceti popolari, rende il sistema meno competitivo sul piano economico e, aggiungo, meno coeso sul piano sociale. Cosa gravissima nelle attuali condizioni di tensione internazionale.

La contraddizione italiana è che un governo guidato da un partito che per essere iscritto al PSE si presume di orientamento laburista ha fatto della lotta al sindacato, considerato un fattore di conservazione, uno dei suoi principali obiettivi, sposando così uno dei “leit motiv” della destra che su questo concetto ha condotto battaglie mediatiche decennali.

Il sindacato italiano ha bisogno di rinnovarsi nelle strutture, nei gruppi dirigenti e nei contenuti della sua azione, ritrovando la sua vocazione originaria di sindacato generale in cui le singole tematiche categoriali vengono comprese in una cornice complessiva. Questa esigenza la debbono affrontare i  lavoratori e non è di competenza del Governo. Il governo potrebbe intervenire sul quadro normativo e istituzionale regolando la rappresentatività del sindacato in armonia col disposto costituzionale. Ma il governo non si sta occupando di questo. Ciò che viene messo in discussione è il ruolo e la presenza del sindacato nella società, insomma la sua natura e la sua funzione, la cui importanza, ai fini della tenuta della coesione sociale, è dimostrata brillantemente dallo studio cui ci siamo riferiti.

Valga l’esame della azione quotidiana del governo: quando si tratta  di  definire piani operativi, provvedimenti di riforma di un settore, i sindacati non solo non vengono consultati ma vengono tenuti fuori dai centri di decisione  o di discussione nei quali invece Confindustria, che pure è struttura di parte, è membro onnipresente. In Europa mai un governo a guida laburista (in senso generico) ha  lottato contro il sindacato.

La mutazione del corpo sociale del PD in cui le forze del mondo del lavoro hanno sempre minore importanza rispetto ai ceti professionali e intermedi fa sì che anche nel gruppo dirigente nazionale l’atteggiamento anti-sindacale trovi accoglienza.  Ma il PD, se vuole essere fattore di progresso, se aspira a rappresentare il mondo del lavoro e della produzione, può permettersi il lusso di rinunciare alla sua tradizionale “constituency” sostituendola con un riferimento sociale, aggressivo nei comportamenti ma scarsamente progressista nelle politiche e nelle intenzioni, col risultato di lasciare senza rappresentanza la sua parte popolare? Ci rendiamo conto di quali implicazioni può avere questa scelta?

Nell’affrontare questi temi dobbiamo considerare innanzitutto l’interesse del Paese e del suo ordinato sviluppo. L’Italia non ha bisogno di un neo-thatcherismo  in ritardo sulla storia. Affrontare la sfida della modernità significa coinvolgere anche i lavoratori e i ceti popolari. Ogni rinuncia in questo campo darà fiato ai populismi reazionari. Non è questo l’interesse del Paese.

 

 

 

 

 

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