La guerra e le bambine, sedici nonne raccontano

Un modo diverso di raccontare la guerra è il leitmotiv del libro “La guerra e le bambine” pubblicato dalla casa editrice Edizioni Scientifiche Italiane, a cura di Olga Millo Diana. Il racconto è stato scritto da un gruppo di sedici signore, che all’epoca del conflitto bellico erano bambine, bambine che, con i loro occhi ingenui osservavano incredule gli eventi disastrosi che si susseguirono in quegli anni. Sono narrazioni di vita quotidiana, che non hanno la pretesa di descrivere i fatti storici in modo preciso, che però, in quel periodo si svolsero e quindi, comunque carichi di quell’atrocità che ha caratterizzato il secondo conflitto mondiale. A raccontare sono sedici nonne, di differenti città italiane, unite da Olga Diana Millo, curatrice del libro, che ha avuto l’idea di combinare diversi ricordi, scritti dalle autrici, in un’unica opera. Ne viene fuori un testo carico di memoria, dove le protagoniste narrano in prima persona, quasi come se stessero scrivendo un diario, gli eventi da loro vissuti, che seppur lontani dal voler essere una cronaca storica, di essa ne sono sicuramente ricolmi. E così nel racconto “Le lucciole” di Olga Millo Diana si legge dell’attentato a Roma di via Rasella nel marzo del 44, dove morì, oltre ai trentatré soldati del Battaglione Bozen, anche un ragazzino di tredici anni. E ancora, c’è il ricordo di lei, che si divertiva ad attaccare sui vetri delle finestre di casa, strisce di carta di giornale. Per lei quell’atto era solo un gioco, ma in realtà, era una pratica consueta per evitare che, con le esplosioni di bombe, le schegge dei vetri rotti colpissero qualcuno nella stanza.

In “San Gennaro, aiutaci tu!”, scritto da Agata Piromallo Gambardella, invece, si legge di Napoli, la città più bombardata d’Italia e di come lei, a ogni attacco corresse con i suoi genitori a ripararsi nella grotta di Piazza Sannazzaro, unico luogo sicuro agli assalti aerei. E la stessa Agata, racconta di quando da bambina assistette alla fucilazione di un uomo; lei era alla finestra, lo vide che correva inseguito da un gruppo di persone, finché, senza una via di fuga morì tramortito dalle pallottole. La cameriera le spiegò che era una vendetta verso un fascista, lei dopo molto tempo comprese che quelle erano state le famose quattro giornate di Napoli.

Ed è Agata Piromallo Gambardella a spiegarci come nasce l’idea di questo libro: «Era gennaio dell’anno scorso e ci siamo riunite un pomeriggio nella bella villa di Olga Diana alla Gaiola, fu lei a dirci che noi siamo l’ultima generazione che ha avuto un’esperienza diretta della guerra. Chi aveva cinque, chi sei, insomma tutte bambine che all’epoca avevano tra i quattro e i dodici anni. Olga allora ci disse, che i nostri, sono ricordi importanti da tramandare ai figli ma soprattutto ai nipoti, che non hanno proprio idea di quanto sia stata una catastrofe, la Seconda guerra mondiale. Il nostro intento è stato quello di raccontare ai nipoti questo evento, attraverso piccole storie di vita quotidiana, che non hanno la presunzione di voler raccontare perfettamente la storia, ma soltanto quei fatti di vita quotidiana, che si svolsero sullo sfondo di quel tragico evento».

«Il messaggio che vogliamo trasmettere», ha continuato Agata Piromallo Gambardella, «è l’importanza della memoria di quello che è accaduto, perché solo dalla memoria del passato possiamo costruire un futuro migliore. E’importante trasmettere la solidarietà e i valori che vivevamo in quel periodo, nei piccoli gesti quotidiani che amici e famigliari facevano l’uno per l’altro per aiutarsi in un periodo d’enorme difficoltà».

“La guerra e le bambine” è quindi, un libro per più generazioni, per chi quegli eventi li ha vissuti e s’immedesima nei racconti, e per chi invece, non c’era, e non può trascendere dal conoscerli, che ha una conoscenza legata ai soli libri di scuola, troppo distante dagli stralci di vita quotidiana. Stralci, che invece caratterizzano questo testo, rendendolo unico, storie che avvicinano il lettore alle narrazioni delle protagoniste, tramandando così in modo perfetto il ricordo dell’immane catastrofe che fu la Seconda Guerra Mondiale.

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