La lezione di Servillo

“E’ poi c’è Napoli” è il titolo del dialogo che si è tenuto, per la Repubblica delle idee, al Teatro San Carlo con Toni Servillo intervistato da Antonio Gnoli. L’evento culturale, organizzato dal quotidiano Repubblica, che quest’anno ha il titolo “Riscrivere il paese”, ha deciso di ospitare anche l’attore campano per uno dei dibattiti. Così Toni Servillo ha ripercorso alcuni tratti della sua carriera, partendo dall’amore per il teatro, che l’ha spinto a intraprendere la strada dell’attore.

Tutto è iniziato con le commedie di Eduardo De Filippo, che sin da bambino l’hanno avvicinato a un mondo, che seppur fatto di finzione, è vicinissimo alla realtà e alle sue innumerevoli sfaccettature. «Ricordo che quando guardavo da ragazzino le commedie di Eduardo in televisione e osservavo i personaggi, madri nevrotiche, cugini scemi, zie chiassose, mi giravo e riconoscevo nella realtà che mi circondava gli stessi personaggi», questo è stato il primo contatto che l’attore ha ricordato di aver avuto con il mondo del teatro e la sua finizione scenica. Poi ha voluto rendere omaggio al grande Edoardo, che per lui è stato fonte d’ispirazione ed esempio da seguire nel corso della sua professione: «Eduardo è di quei grandi comici come Chaplin, in grado di domandarsi sul perché della vita in un modo semplicemente disarmante, l’unica domanda che si poneva era “perché chi ci ha creato, ci ha creato così una schifezza?”, domanda che si trova costantemente nelle sue opere». Il dibattito tra Servillo e il giornalista Gnoli è stato un crescendo, si è partiti dagli albori della sua carriera, per arrivare a ripercorrerla tutta, sottolineando l’importanza che ha per l’attore il teatro e quindi la recitazione: «Io credo che il teatro si scopra recitando, un testo lo comprendi solo quando lo eserciti, più reciti quel testo e più ne comprendi il reale significato, un testo si arricchisce con l’interazione quotidiana, con la partecipazione del pubblico che a sua volta modifica quel testo».

E oltre alle sue opere teatrali, non si poteva prescindere da quelle cinematografiche, così, una clip ha mostrato alcune scene dei diversi film in cui Servillo è stato protagonista, a riprova della sua enorme ecletticità, che l’ha portato nel corso della sua carriera a interpretare ruoli estremamente diversi, dal cantante neomelodico de L’uomo in più, al poliziotto della Ragazza del lago, ad Andreotti de Il Divo, fino ad arrivare a Gep Gambardella de La grande bellezza. E così l’attore ha parlato della sua esperienza al cinema e di come lui viva alla stessa maniera i ruoli in un’opera teatrale e in un film, come con la stessa passione affronta la scoperta di un personaggio e lavora a lungo alla sua interpretazione.

E a vent’anni dalla morte di Massimo Troisi, non poteva mancare un pensiero rivolto a lui e alla sua carriera: «Di Troisi ricordo la sua grazia, il suo più bel modo di essere, lui ha sempre sfatato i luoghi comuni su Napoli, che all’epoca erano ancor più pesanti di oggi, con una straordinaria grazia interpretativa e intellettuale, noi siamo debitori a Troisi». Servillo ha chiacchierato di Napoli, del suo popolo, della fortuna per un attore di essere napoletano, ha sottolineato quanto per lui, così come per altri comici, il popolo campano, con le sue innumerevoli contraddizioni, sia una continua fonte d’ispirazione per i suoi lavori. E con Napoli, infatti, ha voluto concludere il suo intervento, tra gli applausi di un San Carlo gremito, ha salutato il pubblico recitando un lungo pezzo in dialetto, che descrive perfettamente la città, le sue peculiarità e la sua gente.

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