La morte di Nadia Toffa: Passerà, come tutto. Ma adesso è qui, un dolore che sentiamo addosso dopo la scomparsa della conduttrice

Sembrava una mattina come tante. Era presto che non ci eravamo ancora svegliati perbene perché è la settimana di ferragosto, e ci sta che, almeno questa settimana,  il tempo abbia un altro andare.La notizia della morte a 40 anni di Nadia Toffa  è arrivata come un fulmine al ciel sereno.  Anche se,  quando arriva questo brutto male uno se lo aspetta.  La “voce” di tale tragedia è arrivata  prima  breve di due righe, poi il pieno di approfondimenti ,ha invaso i nostri cellulari, le nostre case, le nostre televisioni, i nostri discorsi, i nostri umori, è arrivata come un’onda lunga e inattesa o  meglio come una frenata al sole che brucia le ganasce e fa fumo tutto intorno eppure ci fa male in un punto del nostro corpo che sentiamo preciso ma non riusciamo a riconoscere, tra lo sterno e il cuore. E da lì, anche se lo sappiamo tutti, come andrà per “noi più” il 13 agosto addolorati come fosse nostra sorella, il 14 agosto ancora scossi ma già un po’ dimentichi, il 15 la penseremo dal mare, accarezzando la nostra fortuna di esserci, con i piedi nella sabbia e il venticello tra i capelli, il 16 a funerale avvenuto l’attenzione scemerà, e torneremo presi dalle nostre cose. Siamo, da inchiodati e frastornati, incapaci di tante comprensioni.

Perché la storia di una ragazza sorridente che ci era cara o antipatica in tv e che d’improvviso cade, ha un malore, e poi scopre che è un cancro, e poi dice “fa la chemioterapia”, e poi finisce male, in noi fa un’eco così esatto dentro? È per via della sua giovane età? Forse. Per la sua forza, la sua vitalità, che contrastano con questi titoli di coda? Sì, pure. Ma c’è dell’altro.  Non si dovrebbe mai dare per scontato il dolore altrui, perchè domani, chissà,  potrebbe succedere lo stesso a noi e noi l’indifferenza non la vorremmo. Il dolore di questi giorni è legato sicuramente anche al fattoperché ci parla chiaro di un domani che nessuno può prevedere e da cui ognuno spera di essere risparmiato – noi ce l’abbiamo, è qui. Insieme al timore più grande che il tumore di Nadia ci ha messo nei pensieri: «Colpisce dove vuole, non capita sempre agli altri».

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Non so voi, ma io nel leggere della paura che aveva che la mamma – la signora Margherita, che abbiamo visto più volte baciarle il capo e stare con lei durante la malattia – restasse sola, ho toccato la paura per la mia – che so avrebbe fatto (farebbe) lo stesso. L’ho toccata chiudendo gli occhi, incrociando le dita e sperando forte: «Mai, o se proprio dovrà essere, più tardi possibile, per piacere». Scambiando l’umanità per egoismo, mi sono perfino sentita un po’ in colpa. Mentre, intanto, si faceva largo come una lezione un carpe diem interiore che assomigliava al monologo finale di Lary Mann in The Big Kahuna: «Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Goditi il tuo corpo, usalo in tutti i modi che puoi: è il più grande strumento che potrai mai avere». Insieme alla certezza che non potrò rispettarlo mai.  Della morte sappiamo niente, solo che perderemo tutto – la pelle, il respiro, la fantasia, l’amore, il caffè, la nostra migliore amica, i genitori che ci hanno messo al mondo, i figli che ci lasciamo -, tutto a partire dal calore.
Chissà dov’è andata, Nadia, d’estate, in quel freddo senza ritorno di cui nessuno sa.

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