La primavera del welfare in Campania

“È primavera… svegliatevi bambine/alle cascine, messere Aprile fa il rubacuor.” Così cantava mia nonna, sul testo di una nota canzone di Rabagliati, per ricordarci che era giunto il momento di risvegliarsi dal lungo e tedioso inverno.
E primavera è stata, quella del welfare campano, che i ridesta da un lungo sonno durato nove anni, cioè da quando si sono tenuti gli ultimi Stati Generali del Welfare “Campania Sociale “, in occasione dell’evento organizzato dalla Regione Campania “Primavera del Welfare” del 20 e 21 marzo u.s. .
La Regione ha finalmente chiamato a raccolta tutti i protagonisti per dar vita ad una nuova stagione.
In tanti hanno partecipato, oltre l’immaginabile, frutto della rappresentazione di un mondo che, come un equipaggio coscienzioso, ha mantenuto a galla una nave, senza comandante, non conoscendo la rotta, ma evitando solo collisioni pericolose.

Operatori sociali pubblici e del privato sociale, rappresentanti delle istituzioni e delle agenzie sociali attive, organizzazioni di tutela dei cittadini, sindacati, mondo accademico hanno raccolto l’invito con l’intento e la speranza di puntare l’ago della bussola su una rotta certa e condivisa.
La partecipazione è stata così massiccia che ha indubbiamente messo in difficoltà il già delicato compito degli organizzatori.
Un bagno di folla per i rappresentanti istituzionali Ragionali, Presidente De Luca e Assessore Fortini, che sicuramente ha gratificato la volontà politica di cambiamento della nostra regione e lo sforzo organizzativo. Ma ha anche restituito agli interlocutori Regionali una mandato di responsabilità piena, perché ora il cambiamento deve avvenire sul serio.
Un’altra delusione a questo equipaggio e la nave, non solo non navigherà più, ma sicuramente colerà a picco.
Il rapporto tra partecipanti e tempo avuto a disposizione, per la discussione, ha restituito la consapevolezza che è necessario allargare gli spazi del confronto, passando da una evocata partecipazione, esercitata sulla base di procedure e dettami burocratici, ad un reale luogo di confronto.
La partecipazione sottintende un processo articolato, che necessita di tempi sufficienti e luoghi certi, fatto di confronto, anche conflitto, e condivisione finale, unica condizione per garantire efficaci interventi di welfare regionale.
È allora il caso di provare a strutturare meglio i livelli e le modalità di partecipazione, fino a spingersi verso una vera e propria regolamentazione del percorso, che trovi unica prassi a livello regionale e locale, per rimanere nei confini della nostra regione, con articolazioni territoriali differenti e dialoganti tra di loro.
Dagli interventi in plenaria e nei vari tavoli è sicuramente emersa un idea di ripensamento del welfare che, come anche detto dall’Assessore, ponga al centro la persona, l’utente.
Per far ciò però è necessario rovesciare il paradigma, che pone al vertice del processo le istituzioni, quelle di prossimità, singole o aggregate nei piani di zona. È il cittadino che conosce e rappresenta in prima istanza il proprio bisogno ed è capace di riconoscere in maniera puntuale qual è la necessità di risposta.
Rovesciare il paradigma significa riformare il processo gerarchico che sta alla base dell’organizzazione dei servizi.
La regione ha già avviato questo processo, ma è necessario che i livelli attuativi incomincino a praticarlo, attraverso l’applicazione certa di indicazioni programmatiche e regolamentativi.
Basta che diventino operative e quindi cogenti le disposizioni circa la libera scelta del cittadino dei servizi e dei soggetti in grado di rispondere alle proprie necessità
Il superamento della logica degli appalti nell’individuazione del gestore dei servizi e l’affermazione dello strumento dell’accreditamento, già regolamento ma ancora imperfetto è l’inizio del processo rivoluzionario, superando il presupposto che l’istituzione individua i servizi, sceglie l’erogatore e l’impone ineluttabilmente all’utente.
Accreditamento che deve essere integrato valorizzando la logica di qualità delle prestazioni e la misurazione del risultato dell’intervento, con l’introduzione della preferenza a forme di aggregazione della domanda per potenziare la forza contrattuale dell’utente.
Partiamo quindi con rendere effettive le disposizioni contenute nei regolamenti regionali applicativi della legge 11/07, del catalogo dei servizi delle tariffe.
Partiamo da questo non come assunto definitivo della governance dei processi, ma come primo livello di applicazione della libera espressione dei cittadini.
Partiamo anche dalla voglia di sperimentare nuove forme di collaborazione e partenariato pubblico privato sociale, in linea con le indicazioni europee e in sintonia con numerose pratiche realizzate in Italia e in Europa.
Ovviamente per far ciò non si può non fare i conti con la spesa.
Bisogna dare atto all’Amministrazione Regionale di aver avviato un processo di inversione della tendenza ai tagli, tagli che ha decurtato le risorse per il welfare di oltre l’80% negli ultimi anni, e che, se pur timidamente, sta iniziando ad allocare maggiori fondi per le politiche sociali.
La recenti scelte di bilancio e amministrative, che riorganizzano la compartecipazione degli enti locali alla spesa socia sanitaria, appostando risorse aggiuntive, possono essere effettivamente utili al rifinanziamento del welfare, se le economia che hanno i comuni a seguito di queste disposizione vengano vincolatamene destinate al potenziamento dei servizi, con particolare attenzione alla non autosufficienza.
Ma ciò non basta, ci vuole più coraggio, se effettivamente si vuole rilanciare il welfare regionale.
Vanno fatte scelte che superino la precarizzazione degli interventi sociali: è necessario armonizzare i tempi della programmazione, trovando perno su assunti che costituiscono il livello base della programmazione.
Sarebbe utile definire una volta per tutte qual è il livello dell’asticella al disotto del quale non bisognerebbe mai scendere, quali sono quindi i servizi essenziali, anche nelle more della definizione dei LIVEAS; qual è la dotazione finanziaria di partenza che deve vedere coinvolti i livelli almeno locali e regionali, con la consapevolezza che i fondi, quelli nazionali, quelli regionali e quelli locali, non sono nella norma gerarchicamente organizzati, sia in senso ascendente che discendente, ma tutti e tre i livelli partecipano alla costituzione della dotazione necessaria  a garantire i diritti costituzionali e legislativi.
Bisogna una volta per tutte, evitando la roulette russa dei bilanci di previsione locali e regionali, definire la quota capitaria per le politiche sociali, che veda, almeno, la partecipazione, prevista dalle attuali disposizioni, di comuni e regione, in maniera egualitaria.
Bisogna intervenire sugli sprechi di risorse e dell’incapacità di spesa, che pure ci sono e non sono di poco conto, frutto dei tempi della programmazione della spesa, ancora attestata sul livello annuale e, sempre per i servizi essenziali, passare ad una programmazione di più lungo respiro, che garantisca continuità e stabilità degli interventi.
Bisogna mettere in gioco rapidamente quella mole di risorse provenienti dalla programmazione dei fondi europei (oltre 600 milioni di euro) che molto possono fare, ad integrazione delle risorse ordinarie e per gli investimenti per l’infrastrutturazione sociale.
Bisogna infine, e non per ultimo, avviare un processo di manutenzione della legge regionale sulla dignità sociale, la legge 11/07, per aggiornarla, alla luce dei cambiamenti sociali ed economici della nostra regione.
Molto c’è da fare. I soggetti attivi, alla luce della partecipazione all’evento regionale, hanno dimostrato di volerci essere e di voler contribuire sempre di più alla qualificazione del welfare.
La nave sta partendo, forse abbiamo individuato una destinazione possibile, mettendo al centro la persona con le sua caratteristiche e le sue potenzialità.
Ora bisogna definire la rotta, che sia quanto più condivisa possibile, in modo che tutti, ognuno per la sua parte, svolgano il ruolo utile alla navigazione, remando tutti allo stesso modo e con lo stesso ritmo.

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