LA RIFORMA TRADITA. VITE DI SCARTO NEGLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI

C’è la bellezza e ci sono gli oppressi. Per quanto difficile possa essere, io vorrei essere fedele ad entrambi. 
Albert Camus (1953)

 

Giuseppe ha 36 anni, dieci trascorsi nelle celle dell’Opg, internato dal 29 luglio del 2005. Se fosse stato in carcere condannato al massimo della pena, senza benefici, sarebbe uscito nel luglio scorso. Invece, quando fu giudicato, il suo processo venne sospeso e fu prosciolto per vizio di mente. Assolto, ma condannato, per la sua pericolosità sociale, ad una misura di sicurezza che può essere prorogata, non per ciò che ha commesso, ma per quello che in futuro potrebbe commettere. Una reclusione, quindi, determinata non dal reato ma dallo status con cui viene identificato il reo. E’ il meccanismo degli “ergastoli bianchi”, cui i “folli rei” erano esposti sulla base del codice Rocco, varato durante il fascismo. La legge 81/2014, nel sancire il superamento degli Opg al 31 marzo 2015, pur senza scalfire il dispositivo delle misure di sicurezza, è intervenuta anche su questo specifico punto, decretando che un internamento non può superare il massimo edittale della pena.

Per Giuseppe si tradisce due volte la legge, si trova ancora nell’Opg di Napoli. Uno di quei 55 internati che, (insieme ai 70 internati di Aversa) attendono ancora, come vite di scarto, che il Diritto non sia reso carta straccia. Durante l’ultima visita realizzata dal consigliere regionale Amato (accompagnato da Antonio Esposito ndr), Giuseppe ha incontrato la delegazione ispettiva disteso nella sua cella, completamente nudo, mostrando, con i suoi 200 kg senza vestiti, con la sua carne esposta e gettata su quel pavimento, la mortificazione della dignità che questi luoghi, inevitabilmente, determinano. Seppure oggi, dopo gli scandali del recente passato, non vi sono più celle lisce” riempite solo dal fetore degli escrementi, ancora si evidenzia l’orrore di luoghi incapaci alla cura. Né le nuove strutture che dovrebbero, un giorno, sostituire del tutto questi residui manicomiali sembrano garantirne un effettivo superamento.

rems01Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) sono null’altro che piccoli Opg, tanto che a Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, le hanno realizzate direttamente all’interno della vecchia struttura manicomiale: un semplice cambio di nome a riprodurre le stesse identiche prassi, compresi i nuovi letti di contenzione. In Campania, in realtà, nonostante ripetuti annunci, si attende ancora che siano aperte le due previste a San Nicola Baronia e Calvi Risorta. Nel frattempo, si sono annunciate 3 Rems provvisorie (al momento è aperta solo quella di Mondragone, già piena), destinate ai nuovi internamenti, che rischiano, conti alla mano, di diventare definitive.

Infine, per i detenuti cui sopraggiunga in carcere una sofferenza psichica, si spalancano le celle delle nuove articolazioni psichiatriche penitenziarie. L’ultima visita nel carcere di Secondigliano, nella nuova articolazione, racconta di episodi critici (una cella incendiata, atti di autolesionismo, prolungata permanenza) e preoccupanti (è stato negato alla delegazione la possibilità di vedere i registri di reparto). L’esperienza e i rapporti degli organismi a tutela dei diritti, ci rammentano il forte rischio che questi spazi diventino luoghi opachi, contenitivi, se non punitivi, di casi “problematici”.

Manicomio di Trieste

La fotografia del presente ci restituisce un moltiplicarsi di “scatole” e prassi speciali che nulla hanno a che fare con la presa in carico della sofferenza che pure avrebbe dovuto ispirare questa storica riforma. Progetti terapeutici individualizzati, coinvolgimento dei servizi sociali, alternative all’istituzionalizzazione, lasciano il passo al fascino discreto del manicomio. Tutto questo all’interno di un quadro di smantellamento complessivo del welfare che espone i più deboli, e le famiglie con loro, all’abbandono o nella morsa di una psichiatria custodialistica concentrata sempre più sulla contenzione fisica e farmacologica dei sintomi, e sempre meno alla storia, alla vita e alla cura, dei sofferenti.

Giuseppe e gli altri ancora oggi internati in Opg, insieme a quanti sono legati ai letti o deumanizzati dall’abuso farmacologico tra reparti, centri pubblici e privati di igiene mentale, scontano il “tradimento” profondo della rivoluzione basagliana. A Trieste, nello storico manicomio di San Giovanni, chiuso da Basaglia e dalla sua equipe, resiste al tempo e ai restauri, una sola grande scritta sul muro: “la verità è rivoluzionaria”.

Servirebbe , allora, il coraggio di affrontarla.

Tratto dal blog “le parole e le cose”.

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