La storia delle Onlus tra urgenze e buoni propositi

di Giovanni Laino

Il terzo settore è un ambito molto articolato di organizzazioni diverse per storie, settori di intervento, dimensioni economiche ed occupazionali. Nel recente libro, “Contro il non profit”, Giovanni Moro giustamente polemizza con una visione unitarista che nasconde e mistifica la realtà, mettendo sullo stesso piano enti molto diversi.

Vanno distinte le fondazioni che fanno raccolta fondi per sostenere la ricerca scientifica per la lotta a varie malattie, le associazioni che invece proteggono orchestre, animali, o che realizzano servizi socio educativi esternalizzati dagli enti pubblici o le cooperative sociali.

La consultazione degli elenchi dei beneficiari del cinque per mille è istruttiva perché non solo ci informa delle diverse capacità di fare pubblicità e raccolta fondi, ma ci dice anche che ci sono organizzazioni imprenditoriali, che spendono risorse per essere competitive e visibili, obiettivamente in concorrenza con piccole onlus che con le sovvenzioni pubbliche non riescono neanche a coprire i costi fissi di gestione da sostenere per realizzare le attività. Fra chi collabora con gli enti pubblici poi non è la stessa cosa lavorare per le ASL o per i Comuni, realizzare singoli progetti da rendicontare oppure servizi che prevedono tariffe standard.

Anche i progetti di servizio civile dei giovani, sostenuti dal Ministero e dalla Regione, presentano una varietà. Ha senso dare l’opportunità a giovani motivati di occuparsi di salvaguardia dell’ambiente o dei beni culturali. Credo però che si pongano degli interrogativi se le risorse vengono spostate se sempre più da ambiti di servizio alle persone e ai contesti veramente in difficoltà rispetto ad attività che non presentano i caratteri dell’urgenza sociale. Ho visto ragazzi fare, con modalità anche discutibili, il servizio civile nei comuni o in dipartimenti universitari, con posti sottratti alle comunità per disabili o alle educative territoriali per minori a rischio.

Nel Paese vi è stata una parabola delle politiche sociali: con le leggi sul volontariato, i minori dei quartieri a rischio, i piani per l’infanzia sino alla legge quadro per il sistema integrato dei servizi (L.328/2000), sembrava che l’Italia stesse realizzando una vera europeizzazione del welfare. Come era già accaduto nel dopoguerra, abbiamo fatto ancora una volta l’esperienza di “un paese mancato”, un quadro di riforme che poi sono state sconfessate nel governo reale del Paese e delle città. Vi è stato un progressivo disinvestimento, innanzitutto economico e culturale che ha deluso speranze e fatto arretrare quel poco di infrastrutturazione sociale dei territori che si stava realizzando.

Nella regione urbana napoletana dagli anni Novanta il settore è cresciuto molto ma è stato molto condizionato dall’andamento delle politiche e si è realizzato un caleidoscopio ove convivono pratiche di eccellenza, lavori con cui si tira a campare con centinaia di lavoratori sfruttati e depressi, accanto a modi di fare opportunistici e talvolta imbrogli. In poche parole: perle, pirati, entusiasti, resilienti e depressi.

In questi mesi stiamo assistendo alla presentazione di nuove fondazioni. Anche qui vanno fatte distinzioni. A parte la fondazione di comunità del centro storico di Napoli avviata ormai da alcuni anni ma per ora poco dinamica, sono state costituite la Fondazione Quartieri Spagnoli e la Fondazione San Gennaro: storie molto diverse per radicamento territoriale e orientamento alla valorizzazione del patrimonio. Tenendo ben presente i meriti dei promotori e dei partecipanti a queste due iniziative, aspettando con pazienza i tempi di qualificate valutazioni, è evidente il dato che stiamo passando da un’impostazione delle politiche ove i diritti, soprattutto per i ceti popolari, andavano trattati a valere sulle risorse messe a disposizione dalla fiscalità statale ad una impostazione ove sempre più si tratterà di favori devoluti da benefattori di vario genere, magari per iniziative che dovranno dimostrare una rinnovata capacità imprenditoriale aggressiva sempre tesa a dimostrare di saper fare cose nuove. Una grande mistificazione dell’idea di innovazione.

Anni di esperienza diretta mi hanno convinto che i servizi pubblici di base, rispetto ai quali c’è un grande fabbisogno inevaso nei quartieri popolari delle città del Sud, devono necessariamente essere sostenuti innanzitutto dalla spesa pubblica e non possono essere surrogati da patrimoni privati che necessariamente hanno altre dimensioni e compatibilità. Certo negli anni le associazioni o le cooperative hanno manifestato molti limiti ma hanno surrogato servizi assumendo su di loro parte degli oneri a causa della progressiva riduzione della spesa pubblica. I discorsi sulla razionalizzazione, sulla riduzione degli sprechi, sull’innovazione sociale e il secondo welfare sono necessari e sensati sempre che però non siano mere retoriche discorsive che legittimano il passaggio ad un modello di welfare che ripropone la beneficenza come risposta ai bisogni primari.

Chi vive i territori della sofferenza urbana sa che ci sono sempre domande difficilmente trattabili: ragazzi, madri con bambini che vivono condizioni di estremo disagio che nessuno riesce a trattare in modo adeguato. Allora si vive la contraddizione che nella stessa realtà ci sono scuole con le risorse dei PON per fare progetti contro la dispersione o per altre innovazioni, alcuni progetti di formazione pagati con i fondi strutturali che però devono cercare a fatica i propri clienti, una varietà di organizzazioni che pensano di poter fare qualcosa per il sociale ma nessuno riesce a stare accanto in modo sensato a chi  vive situazioni drammatiche. È giusto realizzare servizi per i penultimi, quelli che sono in condizioni meno difficili. Però per legittimare l’attivismo di chi non trova altro di buono da fare, coloro che vivono condizioni veramente difficili non hanno risposte. Anche le Onlus incarnano le soluzioni in cerca di problemi e non più problemi per cui si cerca di realizzare soluzioni.

Allora i responsabili delle politiche, senza sminuire la necessaria pluralità dell’attivismo nei territori dovrebbero trovare il modo per mettere un poco in ordine l’investimento delle risorse, valorizzare le esperienze migliori e più significative, quelle che riescono a dire qualcosa ai paria, quelle che offrono effettivamente servizi di integrazione, anche senza effetti speciali. In tal modo si potrà evitare che, come ha scritto Moro, “i progetti più scintillanti vengono premiati e quelli migliori ignorati”.

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