Lacrime di coccodrillo. A proposito della proroga della chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Se ne sono rammaricati un pò tutti della proroga del termine fissato al primo aprile per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Primo lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che ha, in una nota ufficiale, dichiarato “ho firmato con estremo rammarico il decreto-legge di proroga urgente della norma del dicembre 2011 relativa agli ospedali psichiatrici giudiziari”. Ma il rammarico si leggeva anche nelle dichiarazioni del governo che  ha ritenuto necessaria la proroga poiché il  termine iniziale “non risulta congruo per completare definitivamente il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, soprattutto in ragione della complessità della procedura per la realizzazione delle strutture destinate ad accogliere le persone cui sono applicate le misure di sicurezza”. Serve un maggiore lasso di tempo per concludere i lavori di realizzazione e di riconversione delle strutture (le così dette REMS) che sostituiranno gli OPG, per le quali sono stanziati oltre 173 milioni di euro e la cui realizzazione è affidata alle Regioni. Le Regioni, d’altro canto, sono (immaginiamo) “rammaricate” ma era evidente che con questi tempi (risorse trasferite solo nel 2013) non avrebbero mai potuto nemmeno cominciare i lavori per le nuove strutture. 

 

Anche il neo ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha parlato di un “passo obbligato” e, siamo certi che, in sede di conversione in legge del decreto, anche le forze politiche parlamentari, che pure a grande maggioranza avevano votato la legge per la chiusura degli OPG, confermeranno, con rammarico questa proroga.

Va detto che di tutto questo rammarico istituzionale se ne farebbe volentieri a meno. Se chi oggi si rammarica, non avesse smantellato progressivamente le risorse destinate al welfare, alle poltiche sociali, alla sanità e alla salute mentale e se le forse politiche che tanto parlano di riforme avessero proceduto alla riforma del codice penale che, ricordiamo, è ancora quello fascista del 1930.  Perché se tutto ciò fosse avvenuto, con ogni probabilità, non staremmo qui, a più di trent’anni della riforma Basaglia, a parlare di manicomi criminali. Certo non tutte le istituzioni e le forse politiche sono state silenti, ed è giusto riconoscere il lavoro, svolto nella passata legislatura, della Commissione parlamentare di inchiesta sulla sanità, presieduta da Ignazio Marino. Ma si è trattato, con ogni evidenza di una felice eccezione, tanto è vero che, oggi, questa commissione non è stata più nemmeno ricostituita.

 

Ora, ammesso che, rammarico a parte, questa proroga è nei fatti inevitabile, dovremmo provare a chiederci che effetti può produrre? In primo luogo, secondo chi scrive, sembra quasi inevitabile, visto i tempi, che nemmeno per l’anno prossimo le Regioni riescano a predisporre le strutture sanitarie alternative, visto che i tempi stimati per la loro realizzazione vanno tra i 6 e i 25 mesi. Nel mentre di queste proroghe le condizioni degli internati in OPG rischiano di degradare nuovamente, visto che questi posti rimangono sospesi in un limbo dai confini incerti.

L’unico modo per dare un senso a questo tempo è, probabilmente, quello proposto dal  Comitato Stop OPG,  pur critico con la scelta della proroga.  “Avevamo detto – hanno dichiarato Stefano Cecconi e Giovanna Del Giudice-  che non era accettabile una proroga senza fissare precisi vincoli. In questo senso il nuovo decreto contiene due importanti novità (“commissariamento” per le regioni inadempienti e alternative alla detenzione in OPG). Bisognerà capire quanto queste norme siano effettivamente vincolanti, ma, indubbiamente, si tratta di primi passi nella direzione auspicata. Anche se non bastano”. Per il Comitato è necessario introdurre disposizioni più stringenti (come l’obbligo dei progetti di cura e riabilitazione individuali), che favoriscano le dimissioni e le misure alternative alla detenzione, unica soluzione per non far diventare le nuove REMS una specie di “Mini Opg”. Rimane, poi, sempre aperta, la questione della proroga senza termini della misura di sicurezza detentiva, ad oggi vigente nel nostro codice penale.

Se non si interviene su questa il fenomeno dei cosi detti “ergastoli  bianchi” (proroghe lunghe decine di anni di internamento) è destinato a ripetersi. E, allora, ci sarà davvero ragione di rammaricarsi.

 

           

 

           

 

 

 

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