L’AVANZATA DEL POPULISMO ANTI-IMMIGRATI IN GERMANIA CI SALVERÀ?

Dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle nel 2001, non era difficile prevedere che Bush avrebbe avuto gioco facile anche alle successive elezioni presidenziali del 2004, in un clima di paura crescente e di sospetto verso gli stranieri, che non se n’è andato ancora via del tutto, in un America che non riesce a dimenticare una ferita ancora aperta. Quando le cose si mettono male, e chi viene da oltre i confini del paese ne è in qualche modo coinvolto, i primi a farne le spese sono proprio loro, immigrati, clandestini, rifugiati, insieme alle forze politiche che tendono loro una mano.

In un’Europa assalita da orde di migranti che approdano alla loro ultima spiaggia in cerca di cibo, asilo e protezione, aumenta in coloro che stanno di qua della frontiera e del filo spinato il timore di non potercela fare a provvedere a tutti, la sensazione che siano troppi, e qualche volta anche il disprezzo e l’insofferenza verso quei disperati venuti a chiederci aiuto. Quel che è certo è che l’accoglienza dei migranti nell’Europa balcanica e orientale ha assunto le proporzioni di una vera e propria crisi, sulla cui risoluzione viene da chiedersi se la stiamo affrontiamo al meglio.

Si sono da poco tenute in Germania le regionali in Baden-Württemberg, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt, e nessuna delle votazioni ha consegnato la vittoria alla Cdu, il partito della Merkel. L’affluenza alle urne – che pare abbia richiamato anche elettori che tradizionalmente si astengono dal voto – dimostra soltanto quanta insofferenza abbia generato una politica di accoglienza ai migranti di cui Angela Merkel e i suoi si sono fatti sostenitori. Anche se, va detto, in uno dei tre Land a vincere è stato Winfried Kretschmann, presidente dei Verdi e anch’egli sostenitore della linea della Merkel a proposito dei rifugiati. Ciò non cambia che il segnale resta forte e chiaro, e una fetta molto grossa della Germania comincia a manifestare il proprio disappunto nei confronti della cancelliera.

«La Germania era l’unico Paese europeo che non aveva partiti populisti. Le elezioni di ieri hanno dimostrato che l’attenzione nei confronti dell’immigrazione cambia anche la faccia politica dell’Europa», sono le parole di Romano Prodi, che richiamano la presenza di quelle formazioni politiche populiste, anti-immigrati e magari pure antieuropee, la cui scalata potrebbe diventare inarrestabile se non si riuscisse a mettere la parola fine all’emergenza. A pagarne le spese sono in due: da una parte gli immigrati stessi, per ovvie ragioni. Le condizioni precarie in cui versano attualmente l’Africa e il Medio Oriente hanno messo davanti agli occhi di tutti che quelli sono anche problemi nostri. Problemi di sicurezza, innanzitutto, dal momento che non esiste filo spinato che tenga di fronte a un focolaio di guerra che non intende arrestarsi di fronte a nessuna dogana, ma che anzi mira proprio al cuore del nostro continente. Ma anche problemi di etica, se vogliamo, perché moralmente siamo tutti responsabili di quel che accade in un paese vicino.

Dall’altra parte, c’è l’Europa stessa. Angela Merkel ha dichiarato che nonostante i risultati elettorali, l’atteggiamento del suo partito non cambierà affatto. Ma pooc lontano dalla Germania ci sono paesi e uomini di stato che continuano a chiudere le frontiere, che non ne vogliono sapere di accogliere anche solo un’anima in più. Che fine fa l’Europa se di fronte alle emergenze ognuno fa di testa sua, e l’intesa comune va a farsi benedire? Viene in mente una dichiarazione di poco tempo fa, di quando affermò che la Grecia non poteva essere lasciata sola – coi suoi ormai quasi 50.000 profughi, vien da aggiungere – e che non abbiamo combattuto per tenerla nell’eurozona per poi voltarle le spalla alla prossima necessità. Chi arriva sulle nostre coste non viene a bussare soltanto alla porta della Grecia. Le responsabilità dell’Europa si vedono nei campi d’accoglienza degradati e logori, e sono soprattutto nei luoghi di provenienza, in tutti quei luoghi dove abbiamo preso tanto, e dove, anche adesso, crediamo che basti voltare le spalle per far finta che non sia affar nostro. Ebbene, quell’affare continua insistentemente a morire sulle nostre spiagge.

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