Le carceri italiane: tra degrado e rapporti inumani

Iniziata qualche giorno fa e finiranno oggi le visite congiunte della consigliere regionale Anna Petrone con l’Associazione Antigone negli istituti di pena della provincia di Salerno. Hanno già visitato il carcere di Fuorni, Vallo della Lucania, Sala Consilina ed oggi quello di Eboli. Anche Don Rosario Petrone, direttore dell’ufficio Migrantes di Salerno, sarà presente alla conferenza stampa che si terrà al termine della visita odierna.

«Non sarà – ha detto la Petrone – la solita visita\passerella nelle carceri. Tali visite saranno anche il preludio alla creazione di uno sportello di informazione legale per i detenuti. Noi cercheremo uniti di fornire un servizio al fine di difendere i diritti di tutti e contribuire, in un lavoro di squadra, a ridare dignità al nostro sistema carcerario. Grazie anche alla sensibilità di Don Rosario riusciremo a compiere un lavoro più fraterno per aiutare i detenuti a far fronte alle difficoltà innaturali vissute ogni giorno».

La situazione carceri, la condanna dell’Europa all’Italia ed i programmi di recupero sono alcuni dei temi trattati con il presidente regionale di Antigone, Mario Barone.

 

Presidente, com’è nata questa iniziativa?

«Non nasce da un emergenza contingente ma da una doppia esigenza. «L’aiuto di un consigliere regionale rende le nostre visite più incisive perché la Petrone, in questo caso, ha uno status diverso da quello dell’osservatore ed ha un potere ispettivo più ampio. A seguito della visita può anche depositare in consiglio regionale un’interrogazione. Da un anno si parla di carceri facendo riferimento esclusivamente ai grandi istituti metropolitani, come se il problema carcerario, che peraltro ha portato alla condanna per tortura da parte della corte europea dei diritti dell’uomo, fosse un problema riguardante solo quegli istituti di pena. In realtà ci sono gli istituti di pena secondari che a nostro giudizio sono inumani e degradanti».

Fermandoci sulla condanna europea, com’è possibile tutelare di più il carcerato, la sua salute ed il rapporto con la famiglia?

«Innanzitutto mi preme specificare che non siamo ancora stati assolti dalla corte europea, ma saremo sotto esame fino al giugno dell’anno prossimo. Rispetto a questa situazione, il problema principale che ha visto l’Italia condannata è stato il problema dello spazio vitale minimo: per la corte europea questo spazio è di almeno tre metri quadri. L’amministrazione sta risolvendo questo problema con lo sfollamento. Laddove prima non esisteva una mappatura delle celle, l’amministrazione si è dotata di un sistema di controllo interno anche telematico che consente di avere il polso della situazione. Però la corte europea nella famosa sentenza Torreggiani ribadisce altri parametri attraverso cui valutare trattamenti inumani e degradanti che sono: la salute, la possibilità di svolgere attività sociali e ricreative, la luminosità della cella. La salute è il problema principale delle carceri italiane. Per quanto riguarda le attività sociali, con particolare riferimento al tempo fuori dalla cella, siamo carenti. Nella maggior parte degli istituti che abbiamo visitato i detenuti trascorrono molto tempo fuori dalle celle ma senza una qualità del tempo, non essendoci attività ne risorse».

Ritornando allo sfollamento, in Italia di contro c’è un problema della detenzione preventiva che ogni anno coinvolge migliaia di persone. Sono dei problemi in antitesi.

«Quando si parla di carceri dobbiamo pensare a diversi attori in campo: quelli istituzionali, quali Governo e Parlamento che devono approvare leggi ed atti normativi che riducano la quantità di flussi in entrata ed uscita dei detenuti. Ci sono poi l’amministrazione penitenziaria e la magistratura con i suoi due rami: per i flussi in entrata le Procure della Repubblica, con un eccesso di ricorsi alla custodia cautelare che riempiono le carceri. Per quanto riguarda i flussi in uscita c’è la magistratura di sorveglianza che dovrebbe essere attenta all’inserimento dei detenuti in società».

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