Le ragioni della fine del governo

Ad aprile 2013, nacque un governo di compromesso, nel metodo e nel merito. Enrico Letta ebbe il coraggio di guidarlo, sapendo il rischio in cui metteva la propria carriera e la propria immagine, come premier di un esecutivo inconcludente perché bloccato da mille veti. Purtroppo, la scommessa è stata persa, come era prevedibile.

Dopo un inizio che sembrava andare nella giusta direzione, il governo è dovuto sottostare ad una serie di compromessi, sempre al ribasso, che l’hanno portato a languire per mesi senza alcuna capacità di azione. Nel frattempo ha dovuto fare i conti con l’uscita di Forza Italia, ma, mi chiedo, come sia stato possibile credere nella buona fede di Berlusconi, nonché al congresso del PD, che ha rovesciato le gerarchie interne, portando in netta minoranza la dirigenza che aveva scelto quella strada. Di fatto, il governo Letta si è trovato senza l’appoggio dei due partiti principali che lo sostenevano.

Quali erano le carte sul tavolo di Matteo Renzi? Sicuramente, la sua intenzione era di andare al voto il prima possibile, prima del semestre europeo, per dare al Paese un governo più forte e legittimato.

Ci. non è stato per. possibile, stante la legge elettorale da riformare e l’impossibilità di procedere con la divisione di competenze tra le due camere. Di fatto, nei primi mesi, ha scelto di appoggiare il governo esistente, cercando di spronarlo ad agire, mentre il partito si occupava delle riforme necessarie. Cos. è stato, Renzi ha cercato di dialogare con il M5S che, come sempre purtroppo, ha risposto picche. Ha dovuto, quindi, parlare con Berlusconi, unico attore in campo disposto, o quanto meno sembra esserlo, a collaborare per portare avanti le riforme. Contemporaneamente l’azione di Letta (e non solo per colpa sua, anzi) si è arenata, il governo ha impiegato un anno per risolvere la questione dell’IMU, attraverso, tra l’altro, un provvedimento davvero discutibile, anche se la narrazione fatta dalle opposizioni sulla rivalutazione di Bankitalia è al limite della follia. In quella drammatica direzione (in streaming, al contrario della riunione che ha espulso in quattro senatori 5 stelle) le scelte erano tre. Andare al voto con il Porcellum, continuare con il governo Letta, aprire una nuova fase con un esecutivo guidato da Matteo Renzi. La prima scelta non era praticabile, l’attuale legge elettorale è un  proporzionale perfetto, in un contesto in cui uno dei tre attori non vuole nessun tipo di alleanza, saremmo tornati al punto di partenza, perdendo almeno altri tre mesi. Nella seconda ipotesi, al perdurare del governo Letta, si sarebbe dovuta affiancare la riforma elettorale. Chi racconta di tempi brevi, racconta semplicemente il falso. La riforma avrebbe impiegato mesi per passare e, stante il semestre di presidenza europeo e le scadenze economiche, non si sarebbe potuto andare a votare in meno di un anno.

Rimaneva la terza via, la più scomoda e costosa in termini di immagine, per il partito e per lo stesso segretario.

Abbiamo scelto di cambiare impostazione alla legislatura, per renderla costituente. Il PD ha assunto la guida del governo in maniera netta, attraverso il segretario e altri membri della dirigenza nazionale. Ha assunto su di sé, soprattutto, ogni responsabilità di successi e insuccessi futuri. Ce la faremo? Io credo di s., per questo ho votato convinta in direzione e poi in Senato. Si tratta di sfruttare tre grandi occasioni. La prima è un premier giovane che ha rotto gli equilibri dell’establishment precedente, la seconda quella del parlamento più rinnovato e giovane della storia, la terza quella di un embrione di destra democratica ed europea che si sta formando nel partito di Alfano. Se riusciremo a sviluppare le potenzialità di questi tre aspetti, la scommessa sarà vinta.

Certo il PD si gioca tutto, se non riusciremo, è difficile che il partito stesso rimarrà illeso.

Ovviamente, pur nella convinzione, non è una fiducia in bianco, come del resto non lo è alcuna fiducia. Sono certa che Matteo Renzi sia il primo a non volere un galleggiamento ad oltranza.

Le prime uscite mi rincuorano, perché è molto netto in quello che dice, ben sapendo che sono frasi che gli si  ritorceranno contro se non seguite da progetti effettivi e risultati rapidi. Soprattutto avremo bisogno di momenti di verifica continui, da cui possano scaturire nuovi percorsi e rafforzamento dell’azione governativa e parlamentare. Ne ho già parlato direttamente con il Primo Ministro, che condivide la necessità di fare presto e di raggiungere accordi al rialzo e non più compromessi al ribasso. Questi i motivi che mi portano a credere in questa fase politica, nella speranza che ci sia uno scatto d’orgoglio da parte di tutti, un unico grande interesse che si chiami Italia. Questo Paese ha subito troppe angherie e ritardi negli anni, oggi dipende da tutti noi, governo e forze politiche parlamentari, ridare dignità e prestigio ad uno dei paesi più importanti al mondo.

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