L’EPOPEA DE “IL MATTINO “

Quando nasce il Mattino in città vi è una vera e propria “Cascata di piombo” con la presenza di ben 10 quotidiani, oltre a numerosi periodici, per un totale di 72000 copie al giorno vendute su una popolazione di 500.000 abitanti, di cui soltanto 100.000 sapevano leggere. Il Roma vendeva 20.000 copie, Il Corriere di Napoli 15.000, Il Pungolo 8.000, Il Piccolo 4.000: In poco meno di 10 anni Il Mattino raggiunse una tiratura di 33.000 copie. Sono cifre sbalorditive, tenendo conto che già all’epoca era diffusa la lettura “a sbafo” ed i saloni di barbiere, oltre a sede di discussione, erano frequentati da decine di persone interessate unicamente a dare uno sguardo al giornale. Lo stesso capitava nei numerosi circoli cittadini dove i soci, trascorrevano ore in una vera e propria rassegna stampa tra le varie testate.
Il Mattino fu fondato il 16 marzo del 1892 da Edoardo Scarfoglio, 32 anni, giornalista e poeta di ispirazione carducciana e dalla moglie, Matilde Serao, 36 anni, scrittrice. i due sposati nel 1885 costituivano una coppia affiatata, avendo lavorato assieme per 4 anni nel Corriere di Napoli, del ricchissimo banchiere livornese Matteo Schilizzi, ricordato da un enorme monumento funerario in stile egizio a via Posillipo.
Essi investirono la liquidazione di 86.000 lire per dar voce alla nuova testata, che, come quasi tutti i giornali partenopei stabilì la sua sede operativa in Vico Rotto San Carlo all’Angiportico Galleria, dove rimase fino al 1960, per trasferirsi poi in via Chiatamone 65, dove si trova attualmente.
I collaboratori furono sin dall’inizio firme illustri: Ferdinando Russo alla cronaca, Roberto Bracco alla critica teatrale, Corrado Ricciper l’arte ed alla critica letteraria Federico Verdinois, il quale pochi anni prima, al “Corriere del Mattino” aveva ideato una pagina completamente dedicata alla cultura, in notevole anticipo su Alberto Bergamini, ufficialmente ritenuto il creatore della terza pagina, quando nel 1901, dedicò un intero foglio del “Giornale d’Italia” alla prima della Francesca da Rimini al teatro Costanzi di Roma.
Sin dalle prime copie il lettore correva a leggere i fondi firmati Tartarin di scarfoglio ed i Mosconi, firmati Gibus di Donna Matilde. un modello, imitato da molti altri giornali fino ai giorni nostri, che si caratterizzava per la varietà dei temi, trattati in maniera disincantata ed irriverente.
Negli anni altre firme prestigiose collaborarono con Il Mattino: Carducci, Giacosa, Nitti e lo stesso D’Annunzio, con il quale anni prima a Roma Scarfoglio si era sfidato a duello, per poi divenire amico.
Pubblichiamo il primo editoriale di Scarfoglio il quale, al vertice degli impegni della testata pone la difesa dei diritti del Mezzogiorno: “È una domanda cui il pubblico attende risposta con una, curiosità, della quale son lieto e orgoglioso insieme come d’un attestato di simpatia a me e d’un felice auspicio per la nuova impresa che da oggi tento. Basterà ch’io rammenti ai lettori le poche parole con le quali mi presentai ad essi cinque anni addietro, quando la prima volta drizzai la mia tenda sul suolo natio. lo dissi allora ch’ero qui venuto a fondare un giornale, la cui voce da Napoli si spandesse per tutta, quanta l’Italia; e fosse insieme un elemento di coltura e di civiltà per le nostre province, e un campione dei diritti meridionali davanti al resto della patria. Perché questa non riuscisse una stolida vanteria, perché un giornale di Napoli acquistasse lettori e autorità al di là del Voltumo, era necessario ch’esso potesse star degnamente al paragone di quanti se ne pubblicano in Italia. Finché il signor Matteo Schilizzi convenne meco in questa opinione e in questi propositi, il nostro accordo fu pieno; ma poi cominciò un po’ per volta a dissentire da me, e allora un dissidio nacque, che doveva necessariamente condurci a una separazione.
Ed ecco che io, con l’animo pieno insieme di malinconia e di fede, ricomincio, senza di lui, l’opera interrotta.
Ciò vuol dire che il Mattino non sarà una cosa nuova: del resto i nomi dei collaboratori, tutti noti e cari al pubblico meridionale, ne avevano già garantito presso i lettori. Ciò anche mi risparmia la pena di far programmi, poiché i lettori sanno già che cosa il Mattino vogli, quali siano le sue convinzioni politiche, quale la linea di condotta cui si atterrà. Liberale- moderato come tutti i giornali ch’io diressi sino ad oggi: esso in due cose forse si scosterà da quello che ho recentemente lasciato: sarà affatto impersonale, e pienamente coerente.
Ciò stupirà da principio il pubblico i ma esso finirà col persuadersi che la personalità e la mobilità non furono un contributo mio al giornalismo napoletano. Al più, io, sperando sempre che un giorno o l’altro ponessero capo a un assetto stabile e omogeneo dei criteri del giornale, le vestii di una forma vivace, per renderle artisticamente tollerabili.
Molti dubitano che a me manchino le forze per mandare innanzi un’impresa così grave. Io rispondo che giammai mi accinsi a un’opera che non. è più nuova per me con una maggiore serenità, con una fiducia più intiera e matura nella mia buona stella. L’esperienza mi ha ormai ammaestrato che i giornali eretti su fondamenta milionarie sono edifizi di sabbia: un capriccio li eleva, un capriccio li sfalda, un capriccio li abbatte. L’unico milionario cui un giornalista debba chiedere appoggio, è il pubblico. Esso solo può dargli insieme il danaro e l’indipendenza, una grande libertà di movimenti e una guida sicura per conseguire il successo. Esso solo, quando se ne sia bene meritato, non gli nega la ricompensa dovuta.
Al pubblico dunque chieggo un concorso largo e affettuoso per far prosperare questa impresa. Se debbo giudicare dagli auspici, la mia aspettazione non è troppo ardita: la fortuna del Mattino è già fatta.
Esso è già una cosa matura che non aspetta se non il primo sole per schiudersi. Quaranta giorni addietro, negli ampi ed eleganti locali ch’esso occupa, non esistevano neanche le mura: ora tutti gli uffizi sono installati con la maggiore semplicità ma anche col maggior comfort desiderabile; e dalla bianca stanza ove io scrivo ai sotterranei ove le macchine attendono la loro prima prova, tutto quanto la tecnica giornalistica ha trovato di più perfetto e di più potente, è già pronto. Questo piccolo miracolo di celerità mi pone in grado di rispondere pienamente, sin dal primo giorno, alla grande simpatia che il pubblico meridionale mi ha dimostrato; e di riprendere, senza una esitazione né un dubbio, la via che ho dovuto per poco tempo interrompere.
La via è lunga e scabrosa: ma il mio coraggio è grande, e la mia buona volontà infinita”.
il Mattino rappresentò una vera e propria novità per scelte culturali. Sin dal secondo numero comparsero in appendice romanzi come Bell Ami di Guy De Maupassant i Fratelli Karamazov di Dostovskij, Pierret di Honorè De Balzac ed il Trionfo della morte di Gabriele D’Annunzio.Il Mattino fu un giornale battagliero, aggressivo coraggioso, ostile al parlamentarismo e al movimento operaio, interprete degli umori del ceto medio pronto ad appagare le cause del meridionalismo.
La linea del giornale si precisò, peraltro, in senso imperialistico, colonialistico, filogermanico, militarista in politica estera; si qualificò come molto vicina a interessi agrari e finanziari e ostile alle rivendicazioni del movimento operaio, ma badando sempre a tenersi su linee più o meno governative. Non era, però, tutto oro quello che riluceva. La vicinanza del giornale ad alcuni equivoci ambienti cittadini e a gruppi politico-amministrativi molto discussi non giovò né al giornale, né al prestigio dello stesso Scarfoglio. La vivacissima presa di posizione contro i governi di fine secolo e la loro linea autoritaria e repressiva e la intransigente difesa della libertà di stampa giovarono, tuttavia, alla crescita del giornale che nel primo quindicennio del ‘900 attraversò la sua fase più felice.
«Il Mattino», dalle 13.000 copie degli inizi, giunse allora a 70.000, superando tutti gli altri giornali napoletani e meridionali e collocandosi al quarto posto fra quelli di tutta Italia. Le sue caratteristiche rimasero, nel complesso, e con poche innovazioni, quelle che ne assicurarono il primo successo. In quegli stessi anni la voce del giornale napoletano risuonò molto ascoltata a Roma e nei più influenti circoli nazionali di vari settori; ed era da questa voce che si deduceva «quel che si diceva a Napoli». La salda struttura ormai assunta dal giornale consentì anche di superare la scissione della Serao dal giornale, di cui era stata a lungo ispiratrice e protagonista; e il fatto che la sua concorrenza non nuocesse al giornale del marito è, a suo modo, una conferma della solidità raggiunta dal «Mattino». Fu, infine, pure allora che il giornale si identificò più che mai col tipo di cultura prevalente nel Mezzogiorno, e coi ceti, specialmente borghesi, più sensibili a quella cultura, che fu detta «scarfoglismo», e che non fu il meglio della storia intellettuale ed etico-politica del Sud.
La guerra di Libia nel 1911-12 sembrò dare soddisfazione alla linea del giornale. La vittoria del blocco popolare, massonico e riformatore nelle elezioni amministrative di Napoli del 1914, che ruppe un lunga egemonia del blocco clerico-moderato, dimostrò, però, che le cose non andavano per «Il Mattino» come i suoi successi facevano sperare, né le tirature del giornale superarono più il tetto delle 60-70.000 copie. La posizione neutralistica e filo-germanica assunta allo scoppio della guerra segnò, infine,.una netta battuta d’arresto delle sue fortune. L’opera di Scarfoglio, scomparso nel 1917 (a soli 57 anni), fu proseguita dai figli Paolo e Carlo. Dopo la guerra essi appoggiarono il fascismo e Mussolini, ma ciò non li salvò dalla manomissione fascista di tutta, in pratica, la stampa italiana. Il giornale, che nel 1924, come nel 1898, difese strenuamente la libertà di stampa, finì, con altri giornali napoletani, nelle mani del Banco di Napoli e di alcuni privati fra i quali l’armatore Achille Lauro.
All’indomani del fascismo e della nuova guerra un’altra testata, il «Risorgimento», sostituì quelle già in vita a Napoli. Poi, dopo un po’, «Il Mattino», in cui Lauro non aveva più parte, riprese le pubblicazioni, e ritrovò negli anni ’50, sotto la direzione di Giovanni Ansaldo, fortune editoriali e autorevolezza. Dopo di lui, il cammino non fu facile, anche perché si è sempre privilegiata una linea troppo vicina e positiva rispetto ai poteri e all’establishment locale. Roberto Ciuni seppe, però, dare alla testata nuovo e grande vigore. Nel terremoto del 1980 il giornale ritrovò i suoi accenti migliori e fu davvero la voce del Sud. Seguirono di nuovo anni meno vigorosi, finché nella tempesta politica del 1992-1994 ci si ritrovò, e non – per caso, in forti difficoltà, che la, pur breve, direzione di Sergio Zavoli aggravò non poco. Dopo, è cominciata, una risalita, che prosegue tuttora, condizionata da una crisi generale della «carta stampata» e dalle fortune di inserti napoletani dei maggiori giornali italiani, ma che salvaguarda un grande patrimonio di memorie di identità napoletana, indubbiamente simbolo e segno della vitalità napoletana.
La coppia fondatrice si separò nel 1902. la Serao fondò un nuovo quotidiano: Il Giorno. Scarfoglio pagò la sua opposizione alla guerra e si congedò dai lettori il 1917. Nello stesso il 6 ottobre morì, Il Mattino uscì listato a lutto ed a piena pagina: Tartarin è morto.
Quando il 25 luglio del 1927 se ne andò donna Matilde, tutta Napoli seguì il suo funerale lungo tutto il percorso tra la sua casa alla Riviera di Chiaia fino al cimitero di Poggioreale.

 

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