Lo spettro della Fed sui mercati finanziari asiatici

di Elio Pariota

C’è qualcosa di anomalo che agita le previsioni degli operatori sui mercati finanziati asiatici. Qualcosa di impalpabile eppure percepito come drammaticamente possibile. Si tratta del timore di una virata a “U” della politica monetaria della Federal Reserve (la Banca Centrale Americana) in ordine alla liquidità immessa con generosità nel circuito economico a fini espansivi ed affluita in Asia verso i paesi dalle allettanti, prospettive di crescita. Questa generosità da alcuni mesi pare sia venuta meno e aleggia lo spettro che la Fed possa ritirare l’immensa liquidità dai mercati. Lo shock sarebbe tremendo. Al sol pensiero un ingente stock di capitali è già volato via dall’Asia, creando sconcerto e apprensione nella comunità finanziaria. Qualche osservatore ci ha poi messo del suo: con raffinata perfidia e consumata malizia ha rispolverato il ricordo di quel 1997 – l’annus horribilis della finanza asiatica – che travolse l’intera area sgretolando certezze in ordine alla capacità delle “tigri” (Singapore, Hong Kong, Corea del Sud, Taiwan, Thailandia, Malesia, Indonesia, Filippine) di perpetuare il loro tumultuoso processo di pluridecennale crescita.

Durante la crisi l’ammontare dei capitali che presero rapidamente il largo per approdare verso lidi più tranquilli fu pari a circa 105 miliardi di dollari, il dieci per cento del Pil dell’intera area. Un autentico terremoto con epicentro in Thailandia che mise a nudo un po’ di cose: la fragilità e le contraddizioni di una vasta regione sviluppatasi grazie all’afflusso di capitali esteri e di prestiti bancari; la sua incapacità di reggere l’urto di una improvvisa speculazione valutaria; la debolezza strutturale del suo sistema finanziario; l’interdipendenza delle economie e dei mercati finanziari in un mondo sempre più globalizzato. Quel ricordo brucia ancora. E con esso si materializza la paura di un nuovo ’97 allorquando gli spietati indicatori dell’economia partoriscono numeri poco rassicuranti. In effetti ci sono alcune analogie tra l’interminabile crisi globale che viviamo dal 2008 (generata, stavolta, dalla crisi dei mutui subprime americani) e quella di 14 anni fa. Per comprenderle – ma anche per sottolineare come le economie emergenti asiatiche siano molto più preparate di allora a fronteggiare eventuali crisi – dobbiamo innanzitutto differenziare la posizione dei Paesi dell’ASEAN (Associazione dei Paesi del Sud-Est Asiatico che totalizza 600 milioni di persone con un Pil aggregato di 2300 miliardi di dollari) da quella della Cina e dell’India. Per i primi – oggi come allora – si è prodotto un eccesso di credito sul PIL dell’area che potrebbe gonfiare un’altra bolla finanziaria, ma diversamente dal 1997 i fondamentali sono molto più solidi.

Al fine di crearsi una protezione da eventuali futuri shock, questi Paesi hanno generato consistenti surplus di partite correnti a seguito di una produzione export-oriented e ingenti riserve valutarie (con le quali hanno potuto ripagare il debito accumulato) grazie all’afflusso netto di capitali. Risultato: hanno trasformato la loro posizione da debitori a creditori netti nei confronti dell’estero. C’è di più. Insieme a Cina, Giappone e Corea del Sud, hanno accumulato un arsenale valutario di riserva pari a 240 miliardi di dollari, da tirar fuori in caso di un corto circuito di liquidità derivante da un’inversione di rotta della Fed. Quanto a Cina e India il discorso è in parte diverso. Furono poco contagiate dalla crisi del ’97, ovviamente perché meno “dollarizzate” e perché più lente ad introdurre elementi di flessibilità finanziaria sollecitati dalla comunità internazionale. Cresciute negli anni addietro ad un ritmo impressionante (la Cina con un Pil addirittura a due cifre, nonostante debba ancora risolvere alcuni problemi finanziari legati alla liberalizzazione dei tassi di interesse e delle valute, nonché da una maggiore apertura al mercato dei capitali) stanno “rallentando” con incrementi medi del Pil previsti nel biennio 2014/2015 rispettivamente nell’ordine del 7,5% e del 6%. Perché allora c’è tanto timore per un possibile accantonamento del programma di Quantitative Easing (manovra consistente in forti iniezioni di liquidità nel sistema economico per facilitare la ripresa) da parte della Fed? Per due motivi: il primo è un riflesso condizionato degli operatori, in quanto la riduzione della liquidità viene associata ad una battuta d’arresto dell’economia; il secondo è collegato alla debolezza strutturale del sistema bancario e dei mercati finanziari in tutta l’area asiatica: le banche non sono dotate

di un’offerta di servizi variegata al pari di quella presente in Occidente, mentre i mercati azionari ed  obbligazionari sono ancora scarsamente sviluppati per dimensione, trasparenza e sofisticazione degli strumenti disponibili. Come è stato efficacemente messo in luce nel recente rapporto dell’Osservatorio di Politica Internazionale (ISPI) sulle strutture di governance economica e finanziaria tra Europa e Asia, “il grosso del capitale finanziario viene fornito dal sistema bancario o da sistemi finanziari paralleli (shadow banking o circuiti di relazioni familiari)”. Dunque un’area dalle potenzialità immense, che reciterà nel prossimo futuro il ruolo di protagonista globale in ambito economico, deve ancora sviluppare un sistema finanziario adeguato ad una potenza planetaria. Sembra paradossale, ma è così.

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