L’OPINIONE DI FRANCESCO DONZELLI:”IL SOVRANISMO, LA VECCHIA POLITICA, I SONDAGGI, IL CORAGGIO DI FORMARE UNA MAGGIORANZA ALTERNATIVA…”

di Francesco Donzelli
Nelle intenzioni della Lega di Matteo Salvini c’è la volontà di massimizzare il consenso enorme che il partito ha accumulato progressivamente dalle Europee ad oggi. Una volontà più che legittima se si fosse consumata in costanza di Esecutivo, nell’ottica di un bilanciamento degli equilibri con l’alleato, spostando e ridefinendo l’agenda di Governo puntando sui temi più cari alla Lega. Magari
con l’obiettivo di un rimpasto e di una riscrittura del Contratto. Una guerra di logoramento, certo, ma pur sempre negli ingranaggi della rappresentanza istituzionale.
La rottura e la richiesta di voto, invece, puntano a travolgere non solo il
Governo ma l’intera legislatura; imponendo modi, tempi e forme di questa improvvisa ed inaudita accelerazione. Senza alcuna motivazione istituzionale, è bene ricordare. Prima l’apertura di Giuseppe Conte sul completamento del TAVe poi il Decreto Sicurezza bis votato in Senato avrebbero dovuto sancire un ulteriore consolidamento della Lega in maggioranza. Appare evidente che la crisi sia da ricondursi a motivi esclusivamente politici, a fronte della volontà dell’ormai quasi ex Ministro dell’Interno, dati e numeri alla mano, di cavalcare il sentimento diffuso in tutto il paese. A discapito dello Stato
repubblicano che vede la supremazia delle proprie Istituzioni compromessa, capovolta e travolta dall’onda d’urto di un consenso d’opinione accresciuto grazie ad una comunicazione imperante e totalizzante.
I sondaggi come unico paradigma culturale, nuovo pilastro identitario dei partiti post ideologici. Avviene così che le rilevazioni demoscopiche, chiamate a fotografare l’umore del momento, l’oscillazione transitoria della volontà generale, entrano di diritto nella dialettica politica innervando ogni spazio di agibilità democratica. Potremmo parlare di demoscopicrazia.
In questo scenario avanza il tentativo di formare una maggioranza alternativa.
Ma lo si sta facendo in punta di piedi, quasi chiedendo scusa, col cappello in mano e nascondendosi nell’angolino comodo della responsabilità nazionale.
Con l’incedere timido di una politica depauperata di pensieri coraggiosi e idee visionarie, prigioniera di un tweet. Premesse sbagliate.
La nascita di un nuovo Governo è cosa auspicabile e doverosa (di gran lunga preferibile a qualche ipotetico fronte di liberazione nazionale, semantica fascinosa quanto abominevole) non di certo per impedire libere elezioni, ma per rifondare il ruolo e il primato del Parlamento. È questa consapevolezza a dover arrivare a maturazione, spronando le attuali forze politiche ad un sussulto di dignità. Oltre orticelli personali e posizioni di rendita, oltre il pretesto di Mattarella, oltre gli escamotage di una politica formato s.r.l. che dichiara una cosa per affermarne il suo opposto, nel solco di un travisamento orwelliano delle parole.
Alla Lega che all’insegna di un ritrovato (forse) centrodestra porta l’agenda governativa di questi 14 mesi in piazza – Quota 100, Sicurezza, riforma della difesa legittima, chiusura dei porti e stretta sulle ONG – per riscuotere il consenso plebiscitario, il Movimento 5 Stelle dovrebbe reagire proponendo la propria agenda – Decreto Dignità, Reddito di cittadinanza, Riforma costituzionale – in Parlamento e da lì aprire una discussione con le altre forze politiche per convertire la maggioranza aritmetica, già in essere, in maggioranza e volontà politica.
La partita delicatissima che in questa XVIII legislatura si sta giocando non può riassumersi erroneamente nella dicotomia tra salviniani di piazza e antisalviniani di Palazzo. Fosse così avremmo già perso. Tutti noi. Finendo travolti dalla retorica dell’ “inciucio”. Evitare il voto, battezzando un nuovo Esecutivo che abbia lo sguardo proiettato almeno fino al 2022, non deve tradursi come uno stratagemma per frenare l’ascesa politica di un partito o di un leader, impedendo ai cittadini di esprimersi.
La necessità odierna è quella di tutelare le Istituzioni repubblicane
scongiurando la subalternità ad esigenze di partito ed alle oscillazioni di
sondaggi. L’invocazione carismatica di più poteri rappresenta un affronto che uno Stato costituzionale non può sopportare senza reagire. A questa sfida è chiamata la politica che, si spera, torni ad essere sovrana e capace di dirigere gli eventi piuttosto che subirli.
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