MARIO LAVIA:”ORLANDO… E c’è da chiedersi se la sua sarebbe un’alternativa al renzismo o un’alternativa nel renzismo.”

Il prudentissimo Andrea Orlando ha messo la testa fuori dal guscio e questa è una novità nella geografia politica del Pd. “Prudentissimo” vuole essere un complimento. È un riconoscere, nelle mosse e nelle parole del Guardasigilli, tic e suggestioni che vengono da lontano. Perché l’esame del sangue di Orlando mostra nitidissime tracce della vicenda dei comunisti italiani, o meglio, della tensione dei comunisti italiani a superare se stessi, a “cercare altrove”, ma un “altrove”che non sia troppo distante, e comunque stando bene attenti a non deviare da una linea evolutiva abbastanza coerente – da Togliatti a Berlinguer a Napolitano, per capirci.

La prudenza dei comunisti, il pedalare in pianura, quel tipico “passismo”politico –per insistere con la metafora ciclistica –è un po’la cifra del Nostro. Il quale ha fatto la “carriera” classica del dirigente politico, Fgci, consigliere comunale, segretario del Pci della sua La Spezia, assessore, deputato, portavoce del Pd, ministro. Una trafila relativamente lenta ma determinata. Sempre fedele a una certa idea della sinistra, Orlando non è uno che ama “strappare”quel filo rosso che svolge da quando era poco più che un ragazzino (è del ’69, a vent’anni era segretario della Fgci di Spezia): solo l’adesione al Veltroni del Lingotto (come detto, divenne portavoce del Pd) rappresenta uno scarto rispetto alla tradizione. Se fosse nato prima, Orlando sarebbe stato un berlingueriano, e prima ancora un togliattiano.

Ragionatore, freddo, è istintivamente un uomo del “centro”del partito, e con i vari segretari ha sempre collaborato: perché l’antica lezione comunista – che i partiti si guidano dal centro – è stata da lui ben assimilata. Lo stiamo vedendo anche adesso. Da ultimo, lunedì, alla riunione della Direzione del Pd, nella quale Orlando si è smarcato da Renzi pur senza abbracciare Bersani, tentando di costruire una “terza via” in grado, nell’immediato, di disinnescare la polemica Congresso presto Congresso lento grazie alla abbastanza tradizionale via d’uscita della Conferenza programmatica al posto del Congresso.

Piano piano, l’idea “terzista” ha guadagnato il sì della sua componente e qualche adepto: Bettini, Zingaretti – insomma, i “renzisti non renziani”– un discreto bottino per uno che peraltro non dispone di tantissime truppe, pur calamitando – come ha scritto Lina Palmerini sul Sole 24Ore – tutto un mondo ex Ds che vorrebbe «riprendere le redini del Pd».

Il punto è esattamente questo. Esiste un pezzo importante del Pd di provenienza comunista che non ha del tutto elaborato il lutto della fine del Pci e che pertanto seguita a vivere il Pd come soggetto provvisorio, o al massimo come aggiornamento di quella storia. Il sospetto che uno come Massimo D’Alema, per fare il nome più significativo, viva il Pd in questo modo non è infondato: e infatti quel mondo, quella sensibilità, vedono ora in Orlando l’uomo giusto per chiudere la stagione “eccentrica”del renzismo. E il fatto che l’ex portavoce di Veltroni –lo ha notato perfidamente Orfini – possa essere il candidato appoggiato da D’Alema è una di quelle cose che la vita politica può riservare, malgrado la sua s tranezza. Se ci fosse, la sua candidatura a segretario dunque potrebbe produrre l’effetto di neutralizzare la scissione, “trattentendo”la sinistra bersaniana.

Ma c’è da chiedersi se la sua sarebbe un’alternativa al renzismo o un’alternativa nel renzismo: sinceramente, questo non è ancora chiaro. «Ne parleremo», ha detto ai giornalisti rispondendo alla milionesima domanda su una sua eventuale candidatura. È molto pressato, anche se nelle ultime ore l’ipotesi ha perso quota. Di sicuro, avrebbe reso il Congresso più avvincente e forse più incerto. Tuttavia la sensazione prevalente è che, malgrado lusinghe, apprezzamenti e pressioni, Orlando stia piuttosto lavorando per smussare gli angoli, senza scendere in campo. Un mediatore per definizione non si candida. E se resta fuori dalla pugna è anche perché c’è la non piccola complicazione che è il ministro della Giustizia, ruolo che oggettivamente renderebbe complicato battere i circoli del Pd per due mesi.

Con Renzi non rompe: «Io credo che Renzi abbia le energie per guidare questo passaggio e il partito. Io non ho mai detto che il tema sia Renzi. Farei male l’antirenziano avendo fatto il ministro nel suo governo. Ma dopo la sconfitta del referendum dobbiamo riposizionare il partito». Correggere, non svoltare. Però intanto la sua bandiera, il Guardasigilli l’ha piazzata. Una bandiera “centrista”negli schemi del partito, “neo -socialdemocratica”dal punto di vista ideologico. Il richiamo alla necessità di una Bad Godesberg –la grande svolta revisionista della Spd – è sintomatico di un certo stilema tardo Pci: andare oltre ma rimanendo in un solco ben definito, in omaggio a un “continuismo”che non esclude svolte ma le colloca con naturalezza in un alveo già noto. Di certo, la sfida “socialdemocratica” di Andrea Orlando è partita, e paradossalmente nel tempo in cui proprio la socialdemocrazia sembra finire nei bauli della storia. La sua è una battaglia non per domani, ma per dopodomani. Perché in politica, si sa, tutto è possibile.

MARIO LAVIA,L’Unità 16 febbraio

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