Mostra di Canova al Mann tra i palpiti dei suoi marmi

Al Mann , nella splendida sala della Meridiana, impareggiabile spazio espositivo, sono state montate delle pedane dove troneggiano le sculture più ammirate dell’arte Neoclassica. Sono 12 opere meravigliose tra gessi e marmi che inondano di bellezza un ambiente già così ricco di tesori, unico luogo dove l’Antico può dialogare col Moderno.

La mostra comprende più di cento opere considerando marmi, gessi, bozzetti in terracotta, modelli in argilla, bronzi, dipinti, disegni e tempere. Si tratta senza ombra di dubbio dell’esposizione più importante attualmente in Italia.

Essa inizia al pian terreno con l’autoritratto del Canova che introduce le prime opere ispirate all’arte greco-romana, di cui l’Archeologico di Napoli è il migliore custode. In fondo sopra i primi scalini c’è la monumentale statua di Ferdinando IV, sistemata proprio nella nicchia dove il Canova l’aveva pensata. Il re di Napoli accoglie il visitatore nel suo museo e nuova Minerva, col nome di Ferdinando I, lo invita a visionare quel patrimonio artistico che impressionò lo scultore di Possagno nel 1780 quando venne a Napoli la prima volta. All’epoca la preziosa collezione insieme ai reperti degli scavi di Pompei ed Ercolano erano situati nella Reggia di Portici per volere di Carlo di Borbone.

Antonio Canova eseguì per la nostra città le statue equestri di Piazza del Plebiscito. Quella di re Carlo fu inizialmente destinata a Napoleone, ma dopo il  tramonto di costui, su quel cavallo sedette il nostro re. Ferdinando I in seguito volle farsi immortalare vicino al padre.

C’è una quarta opera canoviana al museo di Capodimonte: si tratta della statua a grandezza naturale di Letizia Bonaparte, madre di Napoleone.

Tornando alla mostra, nella sala della Meridiana si possono ammirare i sei marmi che provengono dal museo di San Pietroburgo. Essi esprimono il concetto fondamentale del Neoclassicismo: “la compostezza della forma e la quieta armonia”. Secondo il Winckelmann, massimo critico d’arte tedesco dell’epoca, gli artisti non devono copiare gli Antichi, ma solo imitarli. Antonio Canova s’innamora dell’arte classica ma è pur sempre figlio del suo tempo e l’intera sua opera risente alla lontana di Michelangelo, il genio del Rinascimento,vedi i due pugilatori, come anche vibra di echi berniniani, evidenti nell’Ercole e Lica .

I due sommi scultori dei secoli precedenti ci sono stati e non si possono ignorare, così come non si può non vedere quel sentire Romantico, già presente nell’aria e che esploderà nel primo Ottocento. La morte sempre presente nel suo percorso terreno da quando il padre lo lasciò orfano a soli quattro anni lo solleciterà di continuo per le varie committenze. E’ il pittore dei monumenti sepolcrali per eccellenza e la tenebrosa porta oscura presente nella tomba di Clemente XIII della basilica di San Pietro, indicante il passaggio all’aldilà, si carica di significati misteriosi e angoscianti nell’opera più suggestiva di Antonio Canova: “Il monumento funebre di Maria Cristina d’Austria” di Vienna. In entrambe queste opere c’è l’angelo della morte con la fiaccola capovolta senza fiamma, il Genio Funerario, di cui al Mann è presente la sola testa di  provenienza dall’Ermitage. E’un grido sordo senza voce ma esprimente la paura del trapasso.

Come non pensare ai Sepolcri di Ugo Foscolo, suo grande ammiratore! Dentro l’urne confortate di pianto.

Ancora nella sala della Meridiana scopriamo come una visione lugubre, sebbene illuminata e fissata in verticale alla parete, una lastra tombale abbastanza grande. Eseguita per il decesso di un suo grande amico napoletano, il marchese Francesco Berio, che lo aveva ospitato tante volte nel suo palazzo di via Toledo. Un gesso quello di Napoli, mentre il marmo cambiò destinazione e ricoprì nel 1822 in forma solenne la tomba del Nostro a Possagno, provincia di Treviso, dove un tempio che ricorda il Pantheon di Roma dietro una facciata con colonne doriche simile al Partenone, fisserà in eterno la memoria del massimo scultore del Neoclassicismo.

Nessun Moderno amò l’Antico più di lui.

Tuttavia le opere che invitano al sorriso, perché sono il riflesso di quell’armonia inseguita e perseguita come la ricerca costante di leggerezza e purezza espressiva sono in primis : “Le tre Grazie”  che occupano una posizione preminente poggiate come sono da sole su un piedistallo. Opera celeberrima commissionata da Josephine Beauharnais, prima consorte di Napoleone.

Costituiscono il pezzo forte della mostra. Il marmo osservato già solo da dietro si direbbe l’amplesso di pietra più tenero in assoluto per l’intreccio delle braccia.

Di fronte due pedane non troppo contigue, condividono ambedue il dolce peso di due spettacolari sculture. Sono animate da un soffio vitale che le rende felici e sembrano volteggiare immerse per incanto nella stessa aura di bellezza celestiale. Ecco “Adone e Venere” ritratti nell’ultimo momento d’intimità amorosa prima che il cinghiale stronchi la bellezza del giovane amante. L’altra coppia è “Amore e Psiche stanti”, un’opera pervasa da una riflessione filosofica sul concetto di anima, rappresentata dalla farfalla che Psiche pone nelle mani di Amore. Nell’abbraccio delicatissimo Lei sembra assorta sull’idea dell’immortalità dell’anima e Lui contempla il dono offerto.

Sull’altra pedana, sfiorante la prima per la similitudine delle forme, ecco “La danzatrice con le mani sui fianchi” e dulcis in fundo: “Ebe” la ninfa svolazzante che offre agli Dei il nettare nella coppa. Anche queste solenni figure femminili furono volute dall’imperatrice di Francia per la sua dimora della Malmaison, acquisite in seguito dallo zar di Russia.

L’opera più famosa di Canova si trova nella Galleria Borghese a Roma e rappresenta Paolina Borghese come Venere vincitrice , di cui in mostra è presente un modesto modello in gesso(fig. 16).

Vittorio Sgarbi definisce Canova con due aggettivi: “inquieto e diviso”. E’ vero, Antonio purtroppo vive la fine della Repubblica Veneziana. Sa quello che lascia e cioè il culmine della bellezza artistica di cui è degno erede, ma non sa e teme il futuro.

Napoleone partorito dal mostruoso ventre della Rivoluzione Francese sarà il suo incubo e allo stesso tempo l’idolo nel quale depone la speranza del buon governo e della pace.

Ricordiamo infine con gratitudine l’importanza capillare che ebbe Canova, quale commissario pontificio nel recupero delle spoliazioni artistiche operate da Napoleone.

Elvira Brunetti

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