Napoli e i rom: altro che città sociale

Il triste episodio del raid di cittadini napoletani contro le famiglie  di rom romeni, abitanti da un decennio il campo di via del Riposo lascia l’amaro in bocca e suscita sacrosanta  indignazione per i metodi violenti che hanno il carattere di pogrom, di intolleranza verso il diverso, di pulizia etnica e fanno emergere preoccupanti segni di razzismo nella nostra città anche se da parte di ristretti gruppi esagitati. Sentiamo il bisogno di esprimere alcune considerazioni poco politiche che non sono neutrali, per mettere  in luce alcuni aspetti della vicenda trascurati per un civiltà dell’accoglienza o del rispetto di ogni persona umana. Altrimenti è meglio ammainare la bandiera di “NAPOLI CITTA’ SOCIALE”.

In primo luogo, al di là delle giustificazione  più o meno pretestuose da accertare per l’assalto al campo Rom, la prima considerazione ovvia è che la violenza è stata esercitata da cittadini napoletani e non dai Rom romeni del campo anche se non esenti da illegalità. Per quanto abbiamo potuto accertare di persona in visite a questo campo, gli occupanti erano giovani famiglie romene pacifiche  che lottavano  per la sopravvivenza in condizioni di degrado e di invivibilità, per cui si poteva affermare Stanno meglio i morti dei vivi » in riferimento ai  loculi del Cimitero dall’altro lato della strada. Guardando le foto dello sgombero di donne e bambini con le loro povere masserizie, come a Padre Zanotelli che era lì presente, viene da piangere come se fosse stata inferta una ferita. A persone umane abbandonate e malviste per le loro condizioni e diversità. Ci commuoviamo  per un cane abbandono e pestato e non per rom comunitari cacciati dai loro campi pretestuosamente o meno. E’ una vergogna, e viene da dire come nella Bibbia: “il male ricada su chi l’ha compiuto”, ci si perdoni,  per non ricorrere a maledizioni.

In secondo luogo, i rom romeni sono cittadini comunitari  che hanno diritto alla difesa della loro incolumità ed alla sicurezza di vita  fin quando non commettono illegalità, senza aspettare l’esplodere di raid e pogrom violenti per fare tabula rasa di un nucleo umano che dà fastidio. Il torto è dalla parte di chi lo compie, e  sono da accertare le responsabilità di chi ha compiuto attentati alle persone umane ed alle loro baracche. Ci auguriamo di non dover  più vedere le processioni di auto e pulmini che abbandonano i campi, come nel maggio 2008 nell’assalto con bombe molotof ai campi  abitati da romeni di Ponticelli. Da questo punto di vista le istituzioni non possono essere neutrali, fomentando l’intolleranza, o mediare tra istituzioni e istituzioni e gruppi dei cittadini senza il rispetto per la sicurezza ed incolumità dei cittadini italiani e comunitari.

Senza entrare nel merito delle politiche sociali da mettere in atto  dal Comune partenopeo per l’inclusione di rom secondo la delibera del marzo 2013 in attuazione della  “Strategia nazionale di inclusione dei Rom dei Sinti e dei Camminanti. Attuazione Comunicazione Commissione Europea n.173/2011” (UNAR  2012), di cui riteniamo ci sia nelle istituzioni e nella città un forte  e forse comodo ritardo  culturale, oltre alle ruspe per eliminare il degrado territoriale ed abitativo del campo di via del Riposo, è urgente  una bonifica sociale per estirpare dalle menti e dai comportamenti le radici dell’intolleranza e del razzismo e promuovere una cultura efficace dell’accoglienza. Di fronte a questo campanello d’allarme sono chiamati a dare il loro contributo le varie componenti della società civile, dalla scuola, alle famiglie, alle associazioni, alle stesse comunità cristiane del territorio che non sembrano così sveglie.

Non vorremmo alla fine della vita doverci vergognare di  questa città non solo anomica ma pure intollerante.

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