Nei Paesi senza speranza, tra gli ultimi degli ultimi

Il dottor Ebreo è stato inviato prima nei Balcani con la Caritas, all’epoca della missione arcobaleno quando gli americani sorvolavano i cieli con i B52, poi nelle zone calde del Medio Oriente, a Baghdad nel 2003, dopo la destituzione di Saddam, e a Nassiria nel 2004 e nel 2005. Dal 2009 va in Africa due volte l’anno per un mese e mezzo. È stato in Kenya e da tre anni va in Burundi.

«Se volessi descriverti il Burundi potrei stare ore, persino giorni ma alla fine avresti capito poco di quel Paese», mi dice il Dott, come lo chiamo io, con una voce calma e leggera quasi come se stesse parlando con uno dei tanti bimbi che ha soccorso, operato o aiutato in tanti anni nella sua carriera, da dottore appunto.

In Italia ha lavorato per un’altra zona critica, Castellammare di Stabia, dove ha chiuso la carriera da Primario Emerito di Chirurgia Generale, uno dei tanti “particolari” della sua vita che non mi dice perché non ama parlare tanto di se, preferendo raccontare e aiutare gli altri.

Cercando Burundi su Google, il secondo risultato dopo Wikipedia è la pagina del Ministero degli Affari Esteri, Unità di Crisi. «Si sconsigliano viaggi a qualsiasi titolo nel Paese» si legge sul sito della Farnesina «Resta alto il livello di guardia dovuto al persistere di una diffusa criminalità, legata alle difficoltà economiche che il Burundi continua ad attraversare». Il Paese è piccolo, poco più della nostra Sicilia, e dalla mappa sembra quasi schiacciato dai grandi stati della Repubblica Democratica del Congo e della Zanzania.

Nel 2011 subì un forte attacco armato dove furono uccisi un cooperante italiano ed una suora croata. Oggi la situazione non è molto più tranquilla.

«I bianchi sono visti come persone ricche, indipendentemente dal motivo per cui sono nel Paese» continua a raccontarmi il dottore «ed una volta, mentre stavo a Bujumbura (la capitale) con un amico, ci capitò di essere presi di mira da una delle tantissime bande di giovani che trovi li. Fortunatamente trovammo riparo in un negozio di un arabo». Il problema principale del Paese è la fame. Nel passato era una colonia belga poi dopo la fase di decolonizzazione dell’Africa è di fatto divenuto una sorta di nuova colonia ma questa volta di Cina e India che utilizzano tanti paesi come enormi distese da coltivare secondo le esigenze nazionali.

«Pensa che sono stato in piccoli villaggi dove i bambini scappavano quando ci vedevano perché non avevano mai incontrato persone bianche».

Quando il dottore parte per l’Africa, chiama suor Daphrose qualche settimana prima del volo per chiedere cosa portare. Carica i due bagagli da 23 kg ciascuno di viveri e medicinali, riservando un piccolo angolo per i due pantaloni e le poche maglie che porta con se. «L’ultima volta che sono stato li abbiamo impiegato più di 10 ore per percorrere 200 km. Sul Paese si è abbattuto un nubifragio che ha fatto anche centinaia di vittime tra la popolazione. Poi arrivato nel Paese ho trovato molte persone ad aspettarmi. Sai, attraverso le parrocchie avvisano che sto arrivando e si fanno trovare già li, giungendoci a piedi, con le bici taxi o con camioncini di fortuna».

«La solitudine ha caratterizzato le mie ultime missioni. Sono partito con Claudia Koll (negli ultimi il famoso volto tv sta dedicando la sua vita al volontariato internazionale, portando avanti progetti in diverse zone del mondo) e con il mio amico Maurizio ma, una volta arrivati nella capitale, si sono fermati li ed io ho proseguito da solo. Credo di aver letto più di dieci libri in un mese, nelle tante ore di coprifuoco che scatta alle sei del pomeriggio».

Tra i tanti episodi della sua vita, in uno ci siamo incrociati. Nell’ultima domenica di aprile dell’anno scorso, il dottore, da amico di Abu Mazen, è riuscito ad organizzare il conferimento della cittadinanza onoraria di Pompei al leader palestinese, a cui ero presente. Purtroppo, con tristezza, devo ricordare come, in un giorno storico per la città e l’Italia, alcuni cittadini pompeiani fossero seccati dall’evento perché, avendo predisposto un servizio di sicurezza severo chiudendo parte della città, non potevano circolare liberamente ne tantomeno aprire attività commerciali.

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