Nino Taranto, l’uomo e la paglietta

 

Nino Taranto nacque a Napoli il 28 agosto del 1907, figlio di un sarto del quartiere di Forcella.

Il padre, avendo Nino una bella voce, lo portava ai festini degli sponsali ed, infatti, a soli nove anni cantava già “macchiette”. Sin da bambino aveva dimostrato una vocazione artistica, esibendosi in canzoni comiche e rifiutandosi, da subito, di seguire il mestiere del padre.

Minuto, senza alcuna soggezione stava in scena con il piccolo frac cucitogli dal padre.

Nino Taranto debuttò in teatro all’età di tre anni come interprete di “Fifirino” di Raffaele Viviani. “O ricciulillo” come venne ben presto definito, non voleva studiare e, nonostante le proteste del padre, voleva recitare. Gli piaceva talmente cantare che già a sei-sette anni comparve in diversi spettacoli, richiestissimo. Raccontava che tutte le volte che veniva chiamato era “pe’simpatia”.

Studiò in seguito presso il Maestro Salvatore Capaldo, esercitandosi nei vocalizzi, che lo avviò sulla strada del professionismo.

Aveva dodici anni quando cantò la sua prima canzone melodica, si trattava di “E l’edera sei tu” di E.A. Mario. In questo periodo partecipò anche ad un film muto “Vedi Napoli e poi muori”. Qualche anno più tardi entrò a far parte della “Compagnia dei piccoli” diretta da Mimì Maggio, per il Teatro Partenope a Foria, suoi compagni di scena furono: Pupilla Maggio, Gino Maringola, Ugo D’Alessio, Nello Ascoli e tanti altri.

Il debutto ufficiale, con tanto di nome sulle locandine, avvenne a tredici anni al Teatro Centrale di Napoli, interpretando quelle che sarebbero diventate le sue specialità: la “canzone in giacca” drammatica e quella da “dicitore” in abito da sera, rivelando le straordinarie doti di caratterista che l’avrebbero reso, per oltre mezzo secolo, uno degli interpreti più amati dal pubblico italiano.

Muove i primi passi tra il 1917 ed il 1918 in vari teatri napoletani: la Sala Stella, il Trianon, il Caffè Turco, il Salone Margherita.

Seguono l’apprendistato e l’ingresso nella compagnia Cafiero – Fumo dove è apprezzato per le due doti di attore equilibrato e sobrio, dal fisico gradevole e la naturale simpatia. Emerge nel varietà, genere con il quale affronta una tournèe nell’America latina: ne tornò con “una pianola a nastro e mille dollari” impiegati per finanziare la sua prima compagnia di varietà, che durò solo quindici giorni e finì nel disastro totale.

Nel 1933 fu scoperto da Anna Fougez, che lo fece debuttare nella grande rivista, alla quale si sarebbe dedicato fino al secondo dopoguerra, accanto a Wanda Osiris e poi a Titina De Filippo, dando vita a straordinarie macchiette, tra le quali l’indimenticabile Ciccio Formaggio, ritagliato perfettamente su di lui dal duo Cioffi e Pisano: un ometto iellato, tradito e bistrattato dalla fidanzata, la quale per ennesimo gratuito dispetto gli sforbicia la tesa del cappello.

Le macchiette erano motivi di facile orecchiabilità, la sintesi della napoletanità, vale a dire la considerazione della vita sempre in bilico tra l’umorismo, il comico e il dramma. Esse insistevano spesso su un solo personaggio, cornuto, un po’ scemo, sfortunato e brutto.

Un comico di razza, approdato fin dagli anni ’30 all’avanspettacolo d’autore, alla grande rivista della Wandissima e di Macario.

Poi nel ’36 divenne capo comico dedicandosi soprattutto alla rivista per quasi vent’anni, prima di passare al teatro di prosa vivianesco. I copioni di rivista “marca Taranto” furono dei risonanti successi del dopoguerra in tutta Italia,

venivano scritti la maggior parte da autori napoletani, come “Nelli e Mangini” e talvolta da Michele Galdieri.

Dal 1936 al 1955, nel ruolo di primo comico “assoluto”, è alla guida di propri complessi di rivista; tappa fondamentale nell’esperienza attorica di Nino Taranto è stata il debutto nel genere della sceneggiata al fianco di Beniamino e Rosalia Maggio.

Al suo fianco vi era sempre l’inseparabile fratello minore Carlo, ed era spesso affiancato da grandi caratteriste quali Tecla Scarano e Dolores Palumbo.

L’enfasi comica, dispiegata in un repertorio sfavillante di macchiette, è costantemente attraversata dai personaggi di Ciccio formaggio e Carlo Mazza, presenti anche in numerose incisioni discografiche. La canzone “Carlo Mazza”, intitolata in origine “Mazza, pezzo e pizzo”, con la fitta mole di allusioni e doppi sensi, riscosse un enorme successo, infatti, nel 1948 Michele Galdieri ne curò la riscrittura cinematografica per il film “Il barone Carlo Mazza”. Il trio Taranto – Pisano – Cioffi è artefice, durante il periodo fascista, di successi quali “Teresin, Teresin”, “O chiavino”, “Baciami Bice”; il dopoguerra è segnato dallo straordinario successo di “Dove sta Zazà”.

L’attività cabarettistica e di cantante, cedono presto il passo alla prosa, lo ricordiamo carismatico interprete di commedie di Pirandello, Marotta, Viviani di cui dal 1956 interpretò “L’ultimo scugnizzo”, “Morte di carnevale”, “Guappo di cartone”, “Vetturini da nolo”, “A figliata”, messi in scena, negli anni ’80, al Teatro Sannazzaro con Luisa Conte.

Di famiglia borghese, in Taranto c’è il senso della misura borghese, ma essendo nato a Forcella, in Viviani riconobbe la voce di questo popolo, rimasto il popolo, la plebe del ‘600 e tuttavia una grandissima modernità. Ne vennero fuori interpretazioni di memorabile forza espressiva, nelle quali il comico si rivelò attore drammatico di forte personalità.

Ma nel repertorio completo del grande interprete non sono mancati altri autori come Giannini, Di Giacomo, Grassi, Scarnicci e Tarabusi, Titina De Filippo, Bovio e Pirandello.

Nino Taranto ha avuto un ruolo di tutto rispetto all’interno del mondo dello spettacolo.  Nel cinema, dove esordì nel 1938, interpretò un centinaio di pellicole, dimostrando un’eccezionale versatilità, pensiamo ad esempio “I pompieri di Viggiù” di Mattioli del 1949, strepitosa carrellata del teatro di rivista, che la critica accolse con scetticismo. Fu Ennio Flaiano che nel 1949 valutò il film così: “L’errore dei critici fu quello di volerlo considerare un film, mentre (in realtà) è un documentario che anticipa in Italia le gioie della TV. Sotto questo profilo, la pellicola è un capolavoro involontario di reportage, una preziosa antologia dell’avanspettacolo nell’Italia del dopoguerra”.

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