NON UN NUOVO CARCERE MA UN CARCERE NUOVO

Vendere Poggioreale,San Vittore e Regina Coeli in cambio di penitenziari nuovi,sia perchè le strutture sono oblosete,sia perchè c’è il sovraffollamento.Un progetto che sembra diventato realtà grazie al ministro Andrea Orlando. Va detto subito che per affrontare il tema della qualità della detenzione,della vivibilità in carcere risulta charo che la questione dello spazio non è neutrale. Il vecchio carcere paternalistico ed autoritario va superato non con nuove carceri,ma con un nuovo modo di concepire il carcere e la pena.
Il carcere come strumento residuale,la costruzione di luoghi alternativi al carcere ed un carcere vivibile a misura d’uomo negli spazi,nelle relazioni,nel tempo libero,nei corsi di formazione,nella sanità,negli affetti.

E  in questo senso il carcere che resta al centro,in città,Poggioreale solo per mille detenuti abbattendo alcuni padiglioni (altro che abbattimento delle vele come simbologia e messaggio sociale). In periferia è una scelta sbagliata . Mettere un carcere in periferia,ma Napoli ha già Secondigliano, è la risposta a chi vuole l’indifferenza,vive il timore e la diffidenza per chi entra e vive da recluso. Recluso,ma non escluso. Una volta che una persona viene condannata nel nostro Paese viene dimenticata. Chi lo vuole in periferia lo vuole rimuovere il carcere. Vuole allontanare il problema,allontanare i familiari,gli avvocati e gli stessi volontari che con le loro istanze e le loro iniziative sono parte integrante del processo di risocializzazione del detenuto e del reinserimento.

Diciamoci la verità:le retoriche di legge,ordine e tolleranza zero,assolutamente bipartizan,sono diventate l’unico linguaggio attraverso cui la cosiddetta società civile riesce a narrare se stessa e a rimarcare la propria distanza da quelli che lei stessa nomina ed istituisce come criminali e che vuole esclusi,segregati ed in galera.
Così si nasconde il problema senza risolverlo. Non voglio prospettare il problema delle speculazioni edilizie,ma questioni urbanistiche e politiche sociali  camminano insieme.
Se un carcere ha ettari di terreno da coltivare,spazi verdi,spazi per corsi di formazione,luoghi di socializzazione,di lavoro interno per detenuti,di lavoro interno che esce all’esterno,lo si costruisca fuori da una città.

Certo in queste tre carceri, che si vogliono vendere, ruderi dai muri scrostati e umidi,celle e cortili da mondo separato,spettacolo indecoroso per qualsiasi Paese civile, che si prestano poco ad essere ammodernati,sono in corso iniziative sociali e trattamentali. Ma occorre investire sulle pene alternative e sui luoghi alternativi alle pene.

Io vivo e racconto da trentanni il carcere vissuto da vicino,esprimo solidarietà ed empatia nei confronti dei diseredati,dei reclusi,ricordando che queste persone non sono altro da noi. Discuto spesso con giudici di come spesso loro non sanno affatto cosa sia il carcere,anche se magari trascorrono tutta la vita a condannare.Anche con i politici,che hanno la possibilità di fare visita  nelle prigioni accompagnati anche da due persone,parlo di meno custodia cautelare e più decreti carcere,amnistia o indulto.

Ecco forse,la storia del carcere ,è in controluce la storia del nostro Paese,è un utile esercizio di memoria.

          (Articolo apparso sul quotidiano Il Mattino del 1 giugno del 2016)

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