OBBLIGATI AD UN PENSIERO COMPLESSO

L’attentato di Bruxelles pone il mondo, e l’Europa in particolare, di fronte ad una realtà che soprattutto i governi del nostro continente sembrano non voler accettare. Se da una parte il terrorismo centra un obiettivo fondamentale facendosi fatalmente mediale, tentando di diventare attraverso tv ed internet fattore della nostra quotidianità, di contro l’Europa dei governi e delle istituzioni si fa trovare ancora una volta pesantemente impreparata. Parigi era caduta nelle mani del terrore non più tardi di quattro mesi fa, ad opera di quella rete belga che pare essere sostanzialmente la stessa che oggi dà fuoco alle già scarse certezze residue, nel cuore del Vecchio Continente.
La questione del terrorismo internazionale è delicata e strutturata come poche, piena com’è di intrecci e sfumature che obbligano ad una riflessione certosina, senza la quale non può essere messa in campo una essenziale fermezza. Per tentare di cogliere solo alcuni gradi della scala di grigi del terrorismo di innegabile matrice islamista, si può far ricorso ad un’analisi di alcune parole. La prima parola da analizzare con grande attenzione è “Intelligence”. Per Intelligence bisogna intendere quell’organizzazione militare o civile che raccoglie dati e notizie al fine di fornire informazioni utili ai processi decisionali. Uno dei problemi europei rispetto al fenomeno del terrorismo è la scarsa, se non inesistente condivisione di questi dati. A seguito dell’attentato di Parigi ( ma per la verità anche da prima) sembrava ovvio il ricorso ad una condivisione di tutti gli strumenti utili nella battaglia forse più probante che gli Stati europei si trovano ad affrontare. La creazione di una sorta di F.B.I. europea, ed una comune politica estera e di difesa, parevano essere per la politica continentale la priorità, l’urgenza assoluta. A distanza di quattro mesi invece, l’Europa si riscopre fragile anche a causa delle stesse identiche falle. Di fatto, ciascun Paese custodisce gelosamente i propri segreti in materia di intelligence nazionale ( in merito, tornano alla mente le parole del Ministro della Difesa tedesco all’indomani dell’attentato di Parigi, tutt’altro che favorevole ad una condivisione dei dati) ed ogni Stato si regola come vuole in materie delicate come quella relativa alle perquisizioni e ai pentiti. La sensazione è che l’Europa sia vittima consapevole dei propri egoismi nazionali.
Un’altra parola utile da analizzare è “Ghetto”. Una parte della periferia parigina ed ancor di più la zona di Molenbeek a Bruxelles, appaiono infatti come dei ghetti veri e propri. Zone franche delle quali i nostri Paesi si sono lavate e si stanno lavando cinicamente le mani, nell’illusione smentita con tragica puntualità che questo atteggiamento non porti alcuna conseguenza di rilievo. Giovani criminali, arrestati da forze dell’ordine aggredite a loro volta da una folla più o meno numerosa, che fino ad un istante prima copriva i suddetti giovani criminali, in un quartiere di periferia. Così descritta, la scena sembrerebbe appartenere alle nostrane cronache di camorra o di ‘ndrangheta. Si tratta invece di ciò che è accaduto nel quartiere di Molenbeek, nel momento della cattura si Salah Abdeslam. Questa modalità di sviluppo delle metropoli europee, ci pone di fronte ad un fenomeno che è esploso o sta esplodendo con tutta la sua forza: una bomba sociale costantemente pronta ad esplodere, che unisce degrado ed esclusione sociale. Non si tratta di fornire alcun tipo di giustificazione ( perché non esiste per chi compie atti così atroci). E si vuole volontariamente ignorare per un istante il tema della giustizia sociale. Si tratta in questo caso, di mero pragmatismo.

Se in Italia questo fenomeno si declina attraverso la fornitura di manovalanza criminale, altrove si sta verificando un fenomeno che Olivier Roi, ponendo l’accento sul fatto che i jihadisti francesi o sono di seconda generazione o addirittura convertiti all’Islam, sulle colonne di Le Monde ha così sintetizzato: ” Non è una rivolta dell’islam o dei musulmani, ma è un problema che riguarda due categorie di giovani non integrati. Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo”. L’aver ignorato un fenomeno così evidente, può essere letto forse con gli stessi occhiali con i quali si può leggere il nuovo accordo con la Turchia, in materia di immigrazione, altro fenomeno ineludibile al quale l’UE sembra voler voltare le spalle. L’idea, cinica e priva di senso, è che si possa lasciare che il fuoco divampi davanti casa, senza che la cosa ci riguardi.
Infine si potrebbero analizzare le parole “ Guerra” e “Commercio”. Il terrorismo internazionale così come lo conosce l’ultima generazione, si presenta al mondo con l’attentato dell’11 settembre del 2001. Da allora sono passati quindici anni, durante i quali si sono fornite soprattutto risposte militari. Afghanistan Iraq ( mezzo milione di morti civili già nel 2013 secondo National Geographic) Libia e in qualche modo la Siria. La domanda che ci si può porre con estrema semplicità è: l’Europa oggi è più o meno sicura? Le guerre di questi ultimi quindici anni hanno portato ad un’evoluzione del terrorismo, per paradosso ad un salto di qualità. Ne hanno accresciuto il consenso sociale in quelle aree e anche tra molti giovani musulmani di casa nostra, hanno causato centinaia di migliaia di morti innocenti, e hanno definitivamente destabilizzato quei Paesi ( si pensi alle conseguenze in particolare della guerra a trazione francese in Libia). Per ciò che riguarda i rapporti commerciali, basti pensare ad un dato: negli ultimi anni la sola Francia ha chiuso con l’Arabia Saudita accordi relativi alla vendita di armi per oltre un miliardo di dollari ( gli Stati Uniti per dieci miliardi) nella piena consapevolezza del quantomeno ambiguo rapporto che i sauditi intrattengono con l’Isis, ed essendo pienamente a conoscenza di quale sia il grado di ferocia della dittatura saudita al proprio interno. Che senso ha portare avanti la propria battaglia al terrore, quando di fatto si vendono armi a colui che armerà la mano del proprio nemico?
Il terrorismo internazionale di matrice islamista è materia complicata e contraddittoria. Esiste con ogni probabilità una guerra tutta interna al mondo dell’Islam ( parola talmente omnicomprensiva in verità, da apparire priva di senso se maneggiata con superficialità). Esistono luoghi nel mondo dove il terrorismo ha agito senza alcun tipo di diretta influenza europea. Gli interessi di carattere economico da parte dell’Isis sono enormi ( sarebbe bene ricordare che la Turchia è fortemente sospettata di aver acquistato petrolio di contrabbando dallo Stato islamico). Nulla al mondo, non è mai banale ribadirlo, giustifica l’uccisione di persone innocenti in nome di nessuna causa. Tuttavia l’Europa e tutto l’Occidente ( altro termine per il quale vale lo stesso ragionamento fatto per il termine Islam) sono chiamati a riflettere attentamente su molte cose. Innanzitutto , sui propri errori in politica estera. Inoltre, non si può sfuggire a rinunce, a sacrifici economici inevitabili, che passano attraverso la messa in discussione di alcuni rapporti internazionali, a condizioni immutate. Infine, l’Europa deve ripensare se stessa. La crisi economica non ha certamente agevolato il compito ad una classe dirigente europea che appare distante da quella che pure questo continente aveva espresso qualche decennio fa. Ad ogni modo, se non si riparte dalla consapevolezza di ciò che si è, non ci si può opporre con forza ad una violenza nichilista come quelle del terrorismo. Quella consapevolezza però non la si ritrova, se l’idea stessa di Europa non la si ricostruisce su quattro pilastri indispensabili: Cultura, Diritti, Democrazia e Unità. Più i problemi sono complessi, più il nemico è pericoloso, più complessa strutturata accorta e ferma dovrà essere la reazione. I barbari non arrivarono a Roma perché impararono di colpo a combattere. I barbari arrivarono a Roma, quando Roma finì schiacciata sotto il peso del proprio ventre molle.

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